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PAGINE DI VIAGGIO DI ARTE INTERATTIVA & GLOBALE

 

 701 - 1887 - Kurt Schwitters - Ecology, - Card di Giovanni Bonanno, 2015. Bongiani Ophen Art Museum._3_2
“PADIGLIONE  LAUTANIA VIRTUAL  VALLEY
UNIVERSI POSSIBILI / Verso La Globalità Intelligente
“Kurt Merz/Ecology”  &  “Area di Confine Porta Duchamp”  
Da sabato  6 maggio 2017 a domenica 26 novembre 2017
701 - 1887 - Kurt Schwitters - Ecology, - Card di Giovanni Bonanno, 2015. Bongiani Ophen Art Museum._3
PADIGLIONE  LAUTANIA VIRTUAL  VALLEY
UNIVERSI POSSIBILI / Verso La Globalità Intelligente
 
1° evento  contemporaneo ed indipendente  progettato in contemporanea con la 57thBiennale Internazionale d’Arte di Venezia 2017
Mostra collettiva internazionale / “Kurt Merz/Ecology”
Da sabato  6 maggio 2017  a domenica 13 agosto  2017
2° evento  contemporaneo ed indipendente  progettato in contemporanea con la 57thBiennale Internazionale d’Arte di Venezia 2017
Mostra Collettiva internazionale / “Area di Confine Porta Duchamp”
Da lunedì 28 agosto 2017  a domenica  26 novembre 2017 
 
 
MARCEL  DUCHAMP  / 1887 – Area di Confine  Porta Duchamp
 
Mostra collettiva internazionale  dedicata  a  Marcel Duchamp
a cura di Giovanni  Bonanno / Secondo  evento  contemporaneo ed indipendente  progettato in concomitanza con la 57th Biennale Internazionale d’Arte di Venezia 2017
Dal 28 agosto al 26 novembre 2017
Inaugurazione:  lunedì  28 agosto  2017,  ore 18.00
Ophen Virtual Art Gallery, Via S. Calenda, 105/D – Salerno Tel/Fax 089 5648159
e-mail:  bongiani@alice.it
Orario continuato tutti i giorni dalle 00.00 alle 24.00
Area di confine porta Duchamp 2015.
 
 
 
SPAZIO OPHEN VIRTUAL ART GALLERY
PAVILION  LAUTANIA  VIRTUAL  VALLEY  / 1887 – Kurt Schwitters & Marcel Duchamp “UNIVERSI  POSSIBILI / Verso La Globalità Intelligente”  a cura di  Giovanni Bonanno. Dal 6 maggio 2017 al 26 novembre 2017– Due proposte  internazionali presentate in contemporanea con la 57th Biennale Internazionale d’Arte di Venezia 2017.

MARCEL  DUCHAMP  / 1887 – Area di Confine  Porta Duchamp
Mostra collettiva internazionale  dedicata  a  Marcel Duchamp
a cura di Giovanni  Bonanno / Secondo  evento  contemporaneo ed indipendente  progettato in concomitanza con la 57th Biennale Internazionale d’Arte di Venezia 2017
Dal 28 agosto al 26 novembre 2017
Inaugurazione:  lunedì  28 agosto  2017,  ore 18.00
Ophen Virtual Art Gallery, Via S. Calenda, 105/D – Salerno Tel/Fax 089 5648159
e-mail:  bongiani@alice.it

Orario continuato tutti i giorni dalle 00.00 alle 24.00

Per i 130 anni dalla nascita  di  Marcel Duchamp (Blainville-Crevon, 28 luglio 1887 – Neuilly-sur-Seine, 2 ottobre 1968), lo Spazio Ophen Virtual Art Gallery in occasione della 57° Biennale di Venezia 2017, intende dedicare l’attenzione come evento indipendente e contemporaneo presso il “Pavilion  Lautania  Virtual  Valley”   a Marcel Duchamp e Kurt Schwitters    che riassumono compiutamente il concetto  di   indagine intesa come il luogo privilegiato per rilevare i sogni e le utopie che nella dimensione metafisica e mentale suggeriscono  mondi e immaginari collettivi.  Nell’assemblage tridimensionale “Etant Donnés” Duchamp lavora in gran segreto nell’ultimo ventennio della sua vita. Nel 1968, al momento di lasciare New York per andare a trascorrere l’estate in Europa, il lavoro è ormai ultimato e Marcel prima di morire si preoccupa di organizzare la sua presentazione finale preparando un manuale di istruzioni per il montaggio della costruzione, accludendo fotografie, note e un modellino in scala. L’opera  ancora assai poco conosciuta nasce nel bisogno  di porsi al di là, di definire  e mettere in forma totale una possibile estensione dell’altro, nella  necessità  ulteriore di metabolizzare la  realtà. Un’invenzione giocata a tutto campo su  proiezioni di frammenti e“universi possibili”, tra la libertà della creazione e la globalità intelligente del fare arte. In questa   seconda collettiva internazionale sono presenti 72 opere di altrettanti importanti artisti  che hanno voluto  condividere  tale proposta come artisti di frontiera  a margine  di un  possibile confine e spartiacque al  sistema omologato  dell’arte ufficiale.
Portrait of Marcel Duchamp by Victor Obsatz (1953)
Artisti:
Marcel Duchamp, Francia Ruggero Maggi, Italia I John M. Bennett, Usa I Luisa Bergamini, Italia Vittore Baroni, Italia I Fernanda Fedi, Italia Emilio  Morandi, Italia Pier Roberto Bassi, Italia Mauro Molinari, Italia Rosa Gravino, Argentina Leonor Arnao, Argentina Linda Paoli,  Italia I  Lancillotto  Bellini, Italia I Anna Boschi, Italia Stathis Chrissicopulos, Grecia Rosalie Gancie,  Usa Daniele  Virgilio, Italia Antonio  De Marchi Gherini, Italia I Claudio Grandinetti, Italia I  Carmela Corsitto,  Italia Alfonso  Caccavale, Italia Maya Lopez Muro, Italia Franco Altobelli, Italia Lucia Spagnuolo,  Italia Clemente Padin, Uruguay Renata e Giovanni Strada, Italia Willemien Visser, Germania Bruno Cassaglia, Italia I Lamberto Caravita, Italia I C. Mehrl  Bennett, Usa Borderline Grafix, Usa I Daniel  Daligand,  Francia I Carlo Iacomucci, Italia Mabi Col, Italia I Guido Capuano, Italia I Francesco Aprile, Italia I Gino Gini, Italia I Pascal Lenoir, Francia  Adolfina De Stefani, Italia Carl Baker,  Canada Virginia Milici, Italia Oronzo Liuzzi, Italia Giovanni Bonanno,  Italia Marcello  Diotallevi,  Italia Donjon Evans, Usa I  Maria Josè Silva – MIZE’, Portugal I  Laura Agostini,  Italia David Drum, Usa Lilian Pacheco, Brasile Antonio Sassu, Italia Jacob de Chirico, Italia Cesar Reglero Campos, Spagna I Domenico Severino, Italia Roberto Scala, Italia Angela Caporaso, Italia I Claudio Romeo, Italia Cinzia Farina, Italia Marina  Salmaso, Danimarca Maribel Martinez, Argentina Rosanna Veronesi, Italia Remy  Penard, Francia Fulgor C. Silvi,  Italia Mighel  Jimenez, Spagna Ramona Palmisani, Italia G. Franco  Brambati, Italia Rossana Bucci, Italia I Rolando  Zucchini, Italia Cecilia Bossi, Italia I Maria Teresa Cazzaro, Italia I Mauro Dal Fior, Italia I Joey  Patrickt, Usa  I Josè Luis Alcalde Soberanes, Mexico.
Marcel Duchamp
BIOGRAFIA  DI  MARCEL DUCHAMP (1887-1968) Biografia Henri-Robert-Marcel Duchamp nasce il 28 luglio 1887 nei pressi di Blainville, in Francia. Nel 1904 frequenta i corsi di pittura all’Académie Julian fino al 1905. Le sue prime opere sono di stile postimpressionista. Espone per la prima volta nel 1909 al Salon des Indépendants e al Salon d’Automne di Parigi. I suoi dipinti del 1911, in stretto rapporto con il cubismo, tendono tuttavia a rappresentare immagini successive di un corpo in movimento. Nel 1912 dipinge la versione definitiva di Nudo che scende le scale: l’opera viene esposta al Salon de la Section d’Or dello stesso anno e in seguito, nel 1913, all’Armory Show di New York, dove susciterà grande scalpore. Le idee iconoclastiche e radicali di Duchamp precorrono la nascita del movimento Dada, che avverrà a Zurigo nel 1916. Dal 1913, abbandonati la pittura e il disegno tradizionali, si dedica a forme d’arte sperimentali elaborando disegni meccanici, studi e annotazioni che verranno inclusi nella sua grande opera degli anni 1915-23, La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, anche. Nel 1914 realizza i primi “readymade” (oggetti di uso comune, a volte modificati, presentati come opere d’arte) destinati ad avere effetti rivoluzionari per molti pittori e scultori. Nel 1915 Duchamp soggiorna per la prima volta a New York. Dalla metà degli anni ’30 collabora con i surrealisti e partecipa alle loro mostre. Si stabilisce in modo definitivo a New York nel 1942 e diviene cittadino statunitense nel 1955. Negli anni ’40 è in contatto con i surrealisti emigrati a New York e con essi espone varie volte. Nel 1946 comincia a realizzare Etant donnés, un grande assemblage al quale lavorerà segretamente per i successivi vent’anni. Muore a Neuilly-sur-Seine, nei pressi di Parigi, il 2 ottobre 1968.
Presentazione:
2 - Marcel Duchamp, Étant donné, 1946-1966, Philadelphia Museum of Art - Usa
 
 
 
MARCEL  DUCHAMP /  1887 – Area di confine porta Duchamp  
Per i 130 anni dalla nascita  di  Marcel Duchamp (Blainville-Crevon, 28 luglio 1887 – Neuilly-sur-Seine, 2 ottobre 1968),  lo Spazio Ophen Virtual Art Gallery in occasione della 57° Biennale di Venezia 2017, intende dedicare l’attenzione come evento indipendente e contemporaneo presso il “Pavilion  Lautania  Virtual  Valley”   a due artisti dadaisti nati nel 1887, Marcel Duchamp e Kurt Schwitters  che riassumono compiutamente il concetto  di   indagine intesa come il luogo privilegiato per rilevare i sogni e le utopie che nella dimensione metafisica e mentale suggeriscono  mondi e immaginari collettivi. Lo Spazio Ophen dopo aver dedicato l’attenzione nel 2015, in occasione della precedente Biennale di Venezia a due artisti giapponesi come Shozo Shimamoto e Ryosuke Cohen,  “dentro e fuori il corpo”, (The World’s  Futures / Inside and outside the body), intende ora indagare il lavoro dei  due artisti  dadaisti e globali  tra “Aperto e Chiuso / Closed and Open” con due  rispettive mostre internazionali a loro dedicate volte ad approfondire ciò che sottende il processo creativo. Anche per Duchamp, lo spazio fisico dell’artista è il luogo preferito dove vengono immessi  e assemblati, in un tempo lento e lungo di circa un ventennio, frammenti concreti della realtà  riutilizzati e nobilitati a definire e a mettere in forma ambientale l’opera definitiva, nella  necessità di metabolizzare e definire nella dimensione creativa, temporale e spaziale, l’estensione dell’altro.  Per questa seconda mostra collettiva internazionale dedicata a Duchamp, sono state inviate a diversi artisti contemporanei  delle postcard con la foto dell’ Etant Donnés, l’assemblaggio  creato da Duchamp tra 1946-1966, e presente al Philadelphia Museum of Art – Usa, opportunamente rivisitato  dal titolo: “Area di confine porta Duchamp”,  chiedendo a loro, nel rispetto del pensiero di Marcel Duchamp,  un intervento “aggiuntivo” di  ideale condivisione della filosofia  dadaista. In questa   seconda collettiva internazionale sono presenti 72 opere di altrettanti importanti artisti  che hanno voluto  condividere  tale proposta come artisti di frontiera  a margine  di un  possibile confine e spartiacque al  sistema omologato  dell’arte ufficiale.
 Marcel Duchamp, Etant Donnès
 
 
Cos’è  Étant Donnés?
Etant-Donnés, è un’opera di Marcel Duchamp  eseguita tra il 1946 e il 1966.
Un assemblaggio di materiali diversi: una porta esterna, e uno spazio interno con l’inserimento di svariati materiali. Le dimensioni dell’opera sono: 242,5X177,8X1245cm, presente al Philadelphia Museum of Art – Filadelfia.
Questo assemblage tridimensionale è l’opera finale in cui Duchamp lavora in gran segreto nell’ultimo ventennio della sua vita: l’unica persona che ne è a conoscenza è la moglie Teeny, che fra l’altro lo aiuta a reperire i materiali necessari. Parte dei componenti di questa complessa struttura vengono infatti acquistati in Spagna (un’antica porta in legno e i mattoni entro cui è murata); altri (foglie e rami secchi) vengono raccolti da Duchamp nel corso di apposite scampagnate, con la moglie che accompagna Marcel guidando una vecchia giardinetta; dei mattoni usati o di scarto vengono recuperati a New York, per la strada nascondendoli entro sacchetti di carta. Quando Duchamp è costretto a cambiare studio e a trasferirsi dalla 14th Strada all’11th una ditta di traslochi si occupa delle parti più ingombranti, mentre lui trasporta tutto il resto pezzo per pezzo e con la massima cura. Nel 1968, al momento di lasciare New York per andare a trascorrere l’estate in Europa, il lavoro è ormai ultimato e Marcel prima di morire si preoccupa di organizzare la sua presentazione finale preparando un manuale di istruzioni per il montaggio della costruzione, accludendo fotografie, note e un modellino in scala. L’opera  verrà  presentata nel luglio del 1969 presso il Philadelphia Museum of Art.  Al visitatore del museo si mostra inizialmente solo una porta murata, un impedimento nella parete di una sala: la porta è chiusa e per vedere cosa vi sia all’interno si deve sbirciare attraverso due fori posti all’altezza degli occhi. In questo modo, Il fruitore dell’opera d’arte si trasforma così in un curioso voyeur.  L’opera  ancora adesso assai poco conosciuta nasce nel bisogno  di porsi al di là, di definire  e mettere in forma totale una possibile estensione dell’altro nella  necessità  ulteriore di metabolizzare la  realtà. Rimane un’invenzione sperimentale giocata a tutto campo su  proiezioni di frammenti e“universi possibili”,  tra la libertà della creazione e la globalità intelligente del fare arte.
701 - Area di confine porta Duchamp 2015.
 
LO SGUARDO OLTRE IL REALE
(la percezione di universi possibili tra proiezione simbolica e arte totale).
Marcel Duchamp aveva iniziato il suo percorso artistico con opere di stile postimpressionista, per poi procedere verso il cubismo di ascendenza futurista, come nella serie “Nudo che scende le scale” tra il 1911-12. Dal 1913, abbandonati la pittura e il disegno tradizionali, si dedica alla sperimentazione, proprio in questo periodo nascono i primi “readymade”, oggetti di uso comune, decontestualizzati e  presentati come opere d’arte. Le nuove idee  radicali di Duchamp anticipano di fatto  la nascita del movimento Dada, che avverrà a Zurigo nel 1916. Nel 1923, dopo aver abbandonato il Grande Vetro, Marcel Duchamp fa sapere di aver smesso di fare arte per dedicarsi al suo passatempo preferito, gli scacchi. Sono di questo primo periodo le opere come  “Ruota di bicicletta” del 1913,  “Anticipo per il braccio rotto” (1915), L’orinatoio “Fontana” (1917),  la Monna Lisa con baffi e pizzetto di L.H.O.O.Q. (1919). Tra il 1915 – 23 nasce la sua prima grande opera, “La sposa messa a nudo dai suoi scapoli anche” o “Grande Vetro”. Dalla metà degli anni ’30 collabora con i surrealisti e partecipa alle loro mostre. Nel 1942 si stabilisce in modo definitivo a New York. E’ del 1951 l’opera “Objet-Dard”, un oggetto di gesso zincato antropomorfo e straniato. Tra il 1946 e il 1966  realizza “Etant donnés”, un grande e ultimo assemblage  che rappresenta la summa delle opere realizzate dall’artista francese nel corso del 20° secolo.  Tutta l’opera di Duchamp deve essere valutata in base a questa particolare chiave di lettura che ingloba momenti di ricerca precedente. In tal senso anche “Etant donnés risponde appieno a questo  particolare modo di fare, infatti, convergono  sotto forma di studi e schizzi buona parte delle sue riflessioni  e approfondimenti precedenti.

L’Étant donnés: 1. la chute d’eau 2. le gaz d’eclairage (Essendo dati: 1. la caduta d’acqua 2. il gas d’illuminazione), è un assemblaggio di materiali diversi. Il contenuto del lavoro,  rimane ancora  misterioso come del resto tutta la sua intera opera.

L’opera finale risulta composta da una vecchia porta di legno e uno spazio oltre la porta ricreato come un vero environnement con la presenza di ramoscelli, vetro, linoleum, velluto, un motore elettrico posizionato all’interno di una scatola di biscotti che ruota un disco forato, un allestimento di luci, elementi appartenenti al mondo della fotografia e dipinti a mano che formano il paesaggio assieme  a una figura  centrale femminile in pelle. Curioso è che la prima moglie dell’artista fu il modello per la gran parte della composizione femminile, mentre la seconda moglie posò per il braccio. L’opera è’ stata descritta  dall’artista Pop americano Jasper Johns: “la più strana opera d’arte in qualsiasi museo“. Ci appare come un complesso e insolito assemblaggio ambientale; “chi sbircia attraverso i due piccoli fori presenti nella vecchia porta di legno spagnola trova una spettacolare vista con una donna nuda che si trova adagiata su un letto di rami e foglie cadute, nella sua mano sinistra, questo manichino di pelle tiene in alto una vecchia lampada a gas del tipo Bec Auer, mentre dietro di lei, in lontananza, un paesaggio lussureggiante sale verso l’orizzonte. Questo sfondo illuminato è costituito da una fotografia ritoccata di un paesaggio collinare con un fitto raggruppamento di alberi delineato contro un cielo turchese nebuloso. L’unico movimento nella grotta  è una cascata scintillante che si versa in un lago sulla destra, ottenuta da una sorgente luminosa tremolante alimentata da un motore invisibile. La cascata e la lampada a gas illuminante sono gli elementi “dati” nel titolo enigmatico, che proviene da una delle note precedenti di Duchamp per The Bride Stripped Bare dai suoi Bachelors, Even (The Large Glass), suggerendo una connessione intima tra i due temi”. Ad opera ultimata, l’artista incise il titolo, le date e la sua firma sul braccio destro della figura di donna nuda che costituisce l’elemento centrale dell’istallazione. L’opera finale risulta accompagnata da un manuale di assemblaggio e smontaggio dell’opera contenuto in un raccoglitore d’istruzione ad anelli datato 1966, accludendo fotografie, note e un modellino in scala accuratamente compilato da  Marcel Duchamp.
Al visitatore del Philadelphia Museum of Art si mostra inizialmente solo una porta murata nella parete di una sala: la porta è chiusa, per vedere cosa vi sia all’interno, il visitatore, da  curioso  voyeur deve sbirciare attentamente attraverso due fori posti all’altezza degli occhi. Al di là di una falla aperta in un muro di mattoni si apre un paesaggio luminoso. Nella parte centrale della composizione si osserva poi la testa della donna (la Sposa “desiderosa” del  Grande Vetro ) che ci riconduce  per  associazione logica all’Origine del mondo” di Courbet del 1866. La presenza oggettiva, il concreto realismo della porta, il forte trompe-l’oeil dell’assemblaggio nasconde  e contraddice un paesaggio inaspettato, una serie di insolite presenze simboliche. Dalla presenza concreta e reale della porta si va verso la percezione  di un mondo interiore costruito da riflessioni stratificate, da accostamenti di “universi possibili” tra proiezioni simboliche e arte totale che si  coniugano e si definiscono oltre il dato reale.
Non è facile comprendere  il pensiero concettuale di Duchamp soggetto a  molteplici associazioni e slittamenti del pensiero. L’artista non intende riprodurre la realtà in quando tale, ma definire una dimensione “trascorrente” carica di stimoli e umori che possano mettere in movimento una complessità coinvolgente.  Chi guarda le sue opere non dovrebbe limitarsi al semplice significato apparente dell’oggetto materiale, ma  cercare di porsi al di là di un limite,  fuori  del consueto e logico ragionamento. Dopo il Grande Vetro del 1923, la ricerca associativa, l’approccio concettuale di Duchamp si definisce in modo chiaro e convincente; spostando l’oggetto dal suo naturale contesto logico, la de-contestualizzazione data genera un nuovo  valore e  un nuovo senso da  attribuire all’oggetto. Con “Etant Donnés”, poi, la creazione coincide con la complessità e la partecipazione attiva del fruitore, inoltre, da consueta presenza materiale si tramuta in apparizione sfuggente e visionaria. L’opera ultima, nasce  essenzialmente per guardare oltre; è proprio lo sguardo a commettere l’atto impuro di violare una certezza, un limite, un confine certo che  risulta d’intralcio tra il visibile e l’invisibile.
I due artisti dadaisti, Kurt Schwitters  e Marcel Duchamp  proposti da noi a questa 57 Biennale Internazionale di Venezia 2017, quasi negli stessi anni,  hanno in comune l’attenzione  a  costruire  e  utilizzare uno spazio oggettivo di tipo ambientale convogliando materiale  recuperato di scarto, alla ricerca di “universi possibili”, tra visibile e invisibile, tra  proiezione simbolica e spazio globaleQueste due esperienze saranno fondamentali e da stimolo  per tutte le ricerche concettuali e ambientali internazionali che saranno  prodotte tra gli anni 60’ e 70’ nell’ambito dell’arte contemporanea.      Giovanni Bonanno   11 agosto 2017
La Biografia:
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BIOGRAFIA   MARCEL DUCHAMP (1887-1968) Biografia Henri-Robert-Marcel Duchamp nasce il 28 luglio 1887 nei pressi di Blainville, in Francia. Nel 1904 raggiunge a Parigi i fratelli Jacques Villon e Raymond Duchamp-Villon e frequenta i corsi di pittura all’Académie Julian fino al 1905. Le sue prime opere sono di stile postimpressionista. Espone per la prima volta nel 1909 al Salon des Indépendants e al Salon d’Automne di Parigi. I suoi dipinti del 1911, in stretto rapporto con il cubismo, tendono tuttavia a rappresentare immagini successive di un corpo in movimento. Nel 1912 dipinge la versione definitiva di Nudo che scende le scale: l’opera viene esposta al Salon de la Section d’Or dello stesso anno e in seguito, nel 1913, all’Armory Show di New York, dove susciterà grande scalpore. Le idee iconoclastiche e radicali di Duchamp precorrono la nascita del movimento Dada, che avverrà a Zurigo nel 1916. Dal 1913, abbandonati la pittura e il disegno tradizionali, si dedica a forme d’arte sperimentali elaborando disegni meccanici, studi e annotazioni che verranno inclusi nella sua grande opera degli anni 1915-23, La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, anche. Nel 1914 realizza i primi “readymade” (oggetti di uso comune, a volte modificati, presentati come opere d’arte) destinati ad avere effetti rivoluzionari per molti pittori e scultori. Nel 1915 Duchamp soggiorna per la prima volta a New York, dove la sua cerchia include Katherine Dreier e Man Ray, con i quali più tardi fonda la Société Anonime, Louise e Walter Arensberg, Francis Picabia e altri esponenti dell’avanguardia artistica. Dopo un periodo di nove mesi che trascorre a Buenos Aires occupato principalmente nel gioco degli scacchi, Duchamp ritorna in Francia nell’estate del 1919 e si lega al gruppo Dada parigino. Di nuovo a New York nel 1920, realizza le sue prime strutture motorizzate e crea Rrose Sélavy, il suo alter ego femminile. Tornato a Parigi nel 1923, Duchamp pare abbandonare l’arte per il gioco degli scacchi, ma in realtà non cessa i suoi esperimenti artistici. Dalla metà degli anni ’30 collabora con i surrealisti e partecipa alle loro mostre. Si stabilisce in modo definitivo a New York nel 1942 e diviene cittadino statunitense nel 1955. Negli anni ’40 è in contatto con i surrealisti emigrati a New York e con essi espone varie volte. Nel 1946 comincia a realizzare Etant donnés, un grande assemblage al quale lavorerà segretamente per i successivi vent’anni. Muore a Neuilly-sur-Seine, nei pressi di Parigi, il 2 ottobre 1968.


“PADIGLIONE  LAUTANIA VIRTUAL  VALLEY
UNIVERSI POSSIBILI / Verso La Globalità Intelligente
“Kurt Merz/Ecology”
“Area di Confine Porta Duchamp”  
Da sabato  6 maggio 2017 a domenica 26 novembre 2017
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BIOGRAFIA DI KURT SCHWITTERS

Biografia

Kurt Schwitters  ‹švìtërs›,  – Pittore (Hannover 1887 – Ambleside 1948). Studiò all’accademia di Dresda (1909-14) e, dopo una fase espressionista e cubista, nel 1918 creò le sue prime opere astratte. Per la sua personalità e il carattere estroso, Schwitters. viene spesso accomunato al movimento dada, del quale tuttavia non fece mai parte effettiva, nonostante l’amicizia che lo legò prima a T. Tzara e H. Arp, poi a R. Hausmann e Hanna Höch, esponenti del dada berlinese. Ben presto abbando’ i tradizionali materiali pittorici, immettendo sulla tela, con la tecnica del collage, gli oggetti di scarto più disparati, da biglietti del tram a frammenti di giornali, stoffe, spugne, tappi, bottoni. Uno dei suoi collages porta il titolo di Das Merzbild (1919), dal frammento della parola (Com)merz che vi compare. Una composizione equilibrata con vari materiali: fili metallici, corde, maglia metallica, carta e cartone di vario genere, in cui in posizione pressappoco centrale compare la scritta “Merz”, ricavata da un’inserzione della Kommerz- und Privatebank. Il quadro è andato disperso dopo essere stato esposto in modo dispregiativo nella mostra nazista dell’arte degenerata.

Nato casualmente, questo termine Merz accompagnò e caratterizzo’ tutta l’attività successiva di Schwitters. Pertanto, egli chiamò Merzplastiken i suoi rilievi, Merzdichtungen le composizioni in prosa o in poesia, formate da frammenti di frasi, parole, modi di dire, come An Anna Blume (pubblicato su Der Sturm) e ancora Die Blume Anna e Memoiren Anna Blumes in Bleie. Nel 1921 fece un ciclo di conferenze a Praga con Hausmann e H. Höch e sulla sua scia compose una Ursonaate, basata sullo stesso principio di sfruttamento della sonorità della voce umana. Nel 1922-23 fu in Olanda con T. van Doesburg. Nel gennaio 1923 uscì il primo numero della rivista Merz e nello stesso anno iniziò il primo Merzbau (distrutto da un bombardamento nel 1943), una costruzione che attraversava i varî piani della sua casa di Hannover, fatta di oggetti eterogenei, aggiunti di giorno in giorno. Sempre in contatto con i movimenti di avanguardia, Schwittars. fece parte dei gruppi “Cercle et Carré” e “Abstraction-Création”. Nel 1937 lasciò la Germania per stabilirsi in Norvegia, dove a Lyvaker iniziò un secondo Merzbau, anche questo distrutto. Nel 1940, invasa la Norvegia dai nazisti, l’artista si rifugiò in Inghilterra e fino al 1945 rimase internato in un campo di prigionia. Dopo il 1945 si stabilì ad Ambleside e, grazie a un finanziamento del Museum of Modern art di New York, poté dedicarsi alla realizzazione del terzo Merzbau, tuttavia, rimase incompiuto nel 1948 per  l’improvvisa morte.

 

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PAVILION LAUTANIA VIRTUAL VALLEY / 1887 – Kurt Schwitters & Marcel Duchamp

Comunicato stampa

SPAZIO OPHEN VIRTUAL ART GALLERY

PAVILION  LAUTANIA  VIRTUAL  VALLEY  / 1887 – Kurt Schwitters &  Marcel Duchamp “UNIVERSI  POSSIBILI / Verso La Globalità Intelligente”  a cura di  Giovanni Bonanno. Dal 6 maggio 2017 al 26 novembre 2017– Due proposte  internazionali presentate in contemporanea con la 57th Biennale Internazionale d’Arte di Venezia 2017.

 

KURT  SCHWITTERS  / 1887- Kurt Merz/Ecology
Mostra collettiva internazionale  dedicata  a  Kurt  Schwitters
a cura di Giovanni  Bonanno
Primo evento  contemporaneo ed indipendente  progettato in concomitanza con la 57th Biennale Internazionale d’Arte di Venezia 2017

Dal 6 maggio 2017 al 13  agosto 2017

Inaugurazione:  sabato 6 maggio  2017,  ore 18.00
Ophen Virtual Art Gallery, Via S. Calenda, 105/D – Salerno Tel/Fax 089 5648159
e-mail:  bongiani@alice.it
Web Gallery: http://www.collezionebongianiartmuseum.it
Orario continuato tutti i giorni dalle 00.00 alle 24.00

KURT SCHWITTERS / 1887 – Kurt Merz/Ecology

Per i 130 anni dalla nascita  di  Kurt Schwitters  (Hannover, 20 giugno 1887 – Kendal, 8 gennaio 1948), lo Spazio Ophen Virtual Art Gallery in occasione della 57° Biennale di Venezia 2017, intende dedicare l’attenzione come evento indipendente e contemporaneo presso il “Pavilion  Lautania  Virtual  Valley”   a Kurt Schwitters  e Marcel Duchamp che riassumono egregiamente il concetto  di   indagine intesa come il luogo privilegiato per rilevare i sogni e le utopie che nella dimensione metafisica e mentale suggeriscono  mondi e immaginari collettivi.  Lo studio abitazione dell’artista, nella dimensione creativa, temporale e spaziale definisce l’estensione verso l’altro, nella  necessità di metabolizzare e trasformare la  realtà. Una invenzione a tutto campo giocata su  “universi possibili”, tra la libertà della creazione e la globalità intelligente del fare arte. In questa   prima collettiva internazionale dedicata a Kurt Schwitters  a cura di  Giovanni Bonanno sono presenti 66 opere di altrettanti importanti artisti  che hanno voluto  condividere  tale proposta come artisti di frontiera  a margine  di un  possibile confine e spartiacque al  sistema ufficiale  dell’arte.
Artisti presenti:   

Kurt Schwitters, Germania I Marcello Diotallevi, Italia I Lars Schumacher, Germania I Ruggero Maggi, Italia I Anna Boschi, Italia I Clemente Padin, Uruguay I Vittore Baroni, Italia I Luisa Bergamini, Italia I John M. Bennett, Usa I Gino Gini, Italia  I Cesar Reglero Campos, Spagna I G. Franco  Brambati, Italia I Rolando Zucchini, Italia I C. Mehrl  Bennett, Usa I Antonio Sassu, Italia I Mauro Molinari, Italia I Willemien Visser, Germania I Ramona Palmisani, Italia I Emilio Morandi, Italia I Borderline Grafix, Usa I Carlo Iacomucci, Italia I Daniel  Daligand, Francia I Domenico Ferrara Foria, Italia I Fernanda Fedi, Italia I Remy  Penard, Francia I Lancillotto Bellini, Italia I  Marina  Salmaso, Danimarca I Pier Roberto Bassi, Italia I Rosa Gravino, Argentina I Giancarlo Pucci, Italia I Mighel Jimenez, Spagna I Patrizia Battaglia, Italia I Pascal Lenoir, Francia I Renata e Giovanni Strada I Italia, Stathis Chrissicopulos, Grecia I Rosanna Veronesi, Italia I Gruppo Sinestetico, Italia I Leonor Arnao, Argentina I Giovanni Bonanno, Italia I Domenico Severino, Italia I Bruno Cassaglia, Italia I Luc Fierens, Belgio I Lamberto Caravita, Italia I Angela Caporaso, Italia I Mabi Col, Italia I Claudio Romeo, Italia I Daniele Virgilio, Italia I Cinzia Farina, Italia I Fulgor C. Silvi, Italia I Maria Josè Silva – Mizè, Portogallo I Roberto Scala, Italia I Linda Paoli,  Italia I Guido Capuano, Italia I Francesco Aprile, Italia I Carl Baker, Canada I Adriano Bonari, Italia I Oronzo Liuzzi, Italia I Mauro Dal Fior, Italia I Andrea Bonanno, Italia I  Rossana Bucci, Italia I Russell Manning, USA I Willemien Visser, Germania  I Alfonso  Caccavale, Italia I Rosalie Gancie, Usa I Maribel  Martinez, Argentina I Susanne Schumacher, Germania.

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BIOGRAFIA
Herman Edward Karl Julius Schwitters (Hannover, 20 giugno 1887 – Kendal, 8 gennaio 1948), dal 1908 al 1909 frequenta la Kunstgewerbeschule ad Hannover e dal 1909 al 1914 studia alla Kunstakademie Dresden. Dopo aver servito nell’esercito come disegnatore nel 1917, avvia le sue prime esperienze  in ambito cubista ed espressionista. Vicino alla corrente dada berlinese fondò un proprio principio artistico chiamato Merz che adotterà per tutte le sue attività creative, dalla poesia, al collage, alle strutture. I suoi primi Merzbilder risalgono al 1919, l’anno della sua prima mostra alla galleria Der Sturm di Berlino e della prima pubblicazione dei suoi scritti sul periodico “Der Sturm”. Nel 1920 espone alla Société Anonyme di New York

E’ stato un artista tedesco attivo in diverse correnti del suo tempo, tra cui il dadaismo, il costruttivismo, il cubismo, e meglio ricordato per l’utilizzo di mezzi d’avanguardia come il suono, il collage e il dattiloscritto. Le sue opere sono generalmente considerate precorritrici delle moderne installazioni e  delle ricerche ambientali. L’artista tedesco, inoltre, può essere considerato come uno dei maggiori esponenti della cosiddetta arte dei rifiuti un’arte basata sull’assemblaggio di materiali di recupero, oggetti ricercati nello scarto della quotidianità, e soprattutto inutili. Questi oggetti, apparentemente destinati ad una fine, sono rivalutati da Schwitters, che dà vita a composizioni del tutto complete e originali, sia da un punto di vista formale, sia per l’innovativo riuso, a discapito di una inutile apparenza. Schwitters è stato anche un prolifico scrittore, noto soprattutto per la poesia provocatoria An Anna Blume, è autore di liriche, tra cui esempi di poesia concreta, di prose brevi e satiriche, di scritti e manifesti di critica d’arte.

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PAVILION  LAUTANIA VIRTUAL VALLEY

 

 SPAZIO OPHEN VIRTUAL ART GALLERY

1887 – Kurt Schwitters &  Marcel Duchamp “UNIVERSI  POSSIBILI / Verso La Globalità Intelligente”  a cura di  Giovanni Bonanno.

Dal 6 maggio 2017 al 26 novembre 2017– Due proposte  internazionali presentate in contemporanea con la 57th Biennale Internazionale d’Arte di Venezia  2017

 

KURT SCHWITTERS / 1887- Kurt Merz/Ecology

1887 – Kurt Schwitters &  Marcel Duchamp “UNIVERSI  POSSIBILI / Verso La Globalità Intelligente”  a cura di  Giovanni Bonanno.

Dal 6 maggio 2017 al 26 novembre 2017– Due proposte  internazionali presentate in contemporanea con la 57th Biennale Internazionale d’Arte di Venezia  2017

 

LAUTANIA  VIRTUAL  VALLEY

“UNIVERSI  POSSIBILI / Verso La Globalità Intelligente”

Kurt Schwitters “1887 – KURT MERZ / ECOLOGY”

Testo critico di Giovanni Bonanno

Lo Spazio Ophen Virtual Art Gallery, in occasione della 57° Biennale di Venezia 2017 intende dedicare l’attenzione come evento indipendente e contemporaneo presso il “Pavilion  Lautania  Virtual  Valley”,   a due artisti dadaisti come Kurt Schwitters  e Marcel Duchamp nati nel 1887, che sintetizzano magnificamente il concetto  d’indagine inteso come il luogo privilegiato per rilevare i sogni e le utopie che nella dimensione metafisica e mentale suggeriscono  mondi e immaginari collettivi.  Una invenzione a tutto campo giocata su  “universi possibili” tra la libertà della creazione e la globalità intelligente del fare arte. Lo Spazio Ophen dopo aver dedicato l’attenzione nel 2015, in occasione della precedente Biennale di Venezia a due artisti giapponesi come Shozo Shimamoto e Ryosuke Cohen,  “dentro e fuori il corpo”, (The World’s  Futures / Inside and outside the body), intende ora indagare il lavoro dei  due artisti  dadaisti e globali  tra “Aperto e Chiuso / Closed and Open” con due  rispettive mostre a loro dedicate volte ad approfondire ciò che sottende il processo creativo. Lo studio abitazione dell’artista, nella dimensione creativa, temporale e spaziale definisce l’estensione verso l’altro nella  necessità di metabolizzare e trasformare la  realtà.

Per questa prima mostra collettiva internazionale dedicata a Schwitters, in occasione della ricorrenza dei 130 anni dalla nascita  (Hannover, 20 giugno 1887 – Kendal, 8 gennaio 1948),  sono state inviate a diversi artisti contemporanei  delle postcard con la foto del primo Merzbau, per intenderci quello di Hannover del 1923 – 1943, l’assemblaggio nella casa dell’artista, distrutto nel 1943, chiedendo a loro, nel rispetto del pensiero di arte totale di Schwitters,  un intervento “aggiuntivo” di  ideale condivisione, un  intervento per  “continuare” coscientemente e coerentemente l’opera di Schwitters,  che essendo “un work in progress”  non è destinato in alcun modo ad un possibile e definitivo completamento dell’opera. Del resto, i tre Merzbau, hanno avuto il triste destino di essere stati o distrutti (come per esempio quello di Hannover) oppure di  rimanere  non completati a causa della morte improvvisa dell’artista tedesco. In questa collettiva internazionale sono presenti 66 opere di altrettanti importanti artisti  che hanno voluto  condividere  tale proposta come artisti di frontiera  a margine  di un  possibile confine e spartiacque al  sistema ufficiale  dell’arte.

 

Cos’è Merzbau? 

Kurt Schwitters, protagonista solitario e isolato del dadaismo tedesco, dopo una breve fase espressionista e cubista, decise ben presto di abbandonare  i modi tradizionali  di fare pittura per preferire l’utilizzo di materiali poveri  sotto forma di collage con oggetti recuperati di ogni tipo. Uno dei suoi  primi collages porta il titolo di Merzbild (1919), dal frammento della parola (Com)merz che vi compare.  L’opera Das Merzbild del 1919, risulta già un assemblage con una composizione di vari materiali: fili e maglia metallica con corde, carta e cartone di vario tipo. Nella parte centrale dell’opera è presente in modo evidente la scritta “Merz”, ricavata da un’inserzione della Kommerz – und Privatebank. Quest’opera è andata dispersa dopo essere stata esposta in modo dispregiativo nella mostra nazista dell’arte e considerata degenerata. La parola Merz, come quella di “Dada”,  nata casualmente senza alcun significato, verrà attribuita a tutto diventando la cifra personale di tutta l’attività successiva dell’artista tedesco. Senza alcun dubbio la sua creazione più nota è un’installazione intitolata il Merzbau, costruita, con materiali trovati, detta dallo stesso artista  “Cattedrale della miseria erotica”, esistita ad Hannover tra il 1923 e il 1944 prima di essere distrutta dai bombardamenti. All’interno di questa costruzione ambientale, l’artista  aggiungeva  sviluppando lentamente frammenti di cose di recupero trovate. L’opera, intesa come un work in progress volutamente provvisorio, non si concluse mai. Dopo il 1945 si stabilì ad Ambleside e, grazie a un finanziamento del Museum of Modern Art di New York, poté dedicarsi alla realizzazione del terzo Merzbau, rimasto, dopo il secondo anch’esso incompiuto  a causa della prematura morte dell’artista in Gran Bretagna nel 1948.

 

Ecologia e arte totale

Tutto il suo lavoro ruota sul concetto  di “ecologia e arte totale” inteso come recupero di oggetti  rimessi nell’ambiente. Hans Richter scrive di Schwitters: tutto ciò che era stato gettato via, tutto ciò che amava è ripristinato  con onore nella vita per mezzo della sua arte”. Noi consideriamo “rifiuto” la materia che ha esaurito la sua normale funzione mentre potrebbe essere  ripresa, riutilizzata come fonte di una nuova vita, ristrutturata per un nuovo scopo, per una nuova creazione. Secondo Schwitters, “la materia può essere trasformata, ma mai rimossa”. Tutto è rifiuto, per cui le cose devono essere costruite necessariamente utilizzando i frammenti delle cose trovate, non a caso possiamo parlare di “pensiero ecologico”.Questa idea  verrà applicata a vari livelli e ad ogni aspetto del suo lavoro, dal collage alla grafica, dal testo poetico alla musica. L’opera d’arte rappresenta con lui  la visione essenzialmente ecologica e cosciente dell’arte e del mondo, con l’urgente bisogno verso il recupero dei materiali usati che gli altri considerano rifiuti. Alla base di questa insolita poetica nulla viene scartato ma riutilizzato e rimesso a nuovo uso.  L’opera, quindi, intesa come riuso di oggetti di rifiuto trovati diventa il fondamento di tutta l’attività dell’artista tedesco. Per usare la terminologia della cultura popolare e contadina – secondo noi – “Schwitters usa ogni parte del maiale”, perché del maiale si adopera  tutto e non si deve buttare nulla, neanche le ossa. Nel Merzbau di Hannover, l’artista  ha immesso le stesse idee sulle quali si fonda  tutta la produzione dei suoi collage, solo che diversamente dai collage di carta, lui stesso poteva vivere all’interno dello spazio, in una sorta di “collage tridimensionale” che conteneva i quartieri, le grotte e gli angoli nascosti dei ricordi e della memoria. Nel Merzbau del 1923, come per il territorio di una città, l’artista vi distingueva diversi quartieri e frazioni con una “cattedrale della miseria erotica”,  la cava dell’omicidio sessuale” in cui era presente una sorta di corpo femminile fratturato dipinto in rosso, una “grande grotta dell’amore” e  “una grotta di Goethe”. Praticamente un insolito labirinto ambientale, con una struttura costruita nel tempo a recuperare ossessioni oscure e  memorie autobiografiche.

Rimane l’opera omnia intesa come zona cupa della mente, di conseguenza, cresce a dismisura come una  grande città e le cavità, le valli, le grotte devono avere necessariamente una vita, una struttura propria e un carattere autonomo; una cavità ospita il tesoro scintillante dei Nibelunghi, mentre la grotta sex-crimine ha un orrendo cadavere mutilato di una ragazza sfortunata.  Lo stesso Schwitters descrive la costruzione del primo Merzbau: It grows the way a big city does…I run across something or other that looks to me as though it would be right for the KdeE, so I pick it up, take it home, and attach it and paint it, always keeping in mind the rhythm of the whole…As the structure grows bigger and bigger, valleys, hollows, caves appear, and these lead a life of their own within the over-all structure…Each of the caves or grottoes takes its character from some principle component. One holds the glittering treasure of the Nibelungs…and the Goethe grotto has one of his legs and a lot of pencils worn down to stubs…the sex-crime cave has one abominable mutilated corpse of an unfortunate girl…an exhibition of paintings and sculptures by Michelangelo and myself being viewed by one dog on a leash…a 10% disabled war veteran with his daughter, who has no head but is still well preserved…”(Schmalenbach, 132-33).

Ognuna delle grotte, quindi,  prende il suo carattere da qualche elemento principale; integrati all’interno della struttura vi erano i singoli santuari  dedicati a molti amici e autori dadaisti, con oggetti e frammenti del proprio corpo (una piccola bottiglia di urina, un’unghia,  interruttori rotti, bottoni, biglietti del tram, etichette colorate di formaggio Camembert, un mozzicone di sigaretta, bicchieri capovolti e persino una ciocca di capelli), utilizzati allo sviluppo e alla crescita progressiva dell’installazione ambientale. Con quest’opera non possiamo più parlare semplicemente di scultura, oppure di arredamento totale alla maniera delle ambientazioni del Bauhaus o di quelle futuriste. Ormai, l’opera  deve dilatarsi  oltre il quadro estendendosi in tutto lo spazio della stanza che lo ospita. Inizialmente l’artista di Hannover incominciò a occupare lo spazio del suo studio con una prima colonna centrale, aggiungendo poi anche le altre due costruite con una religiosità laica in maniera estensiva e casuale. In circa vent’anni di lavoro, questo particolare “environment” divenne una sorta di autoritratto autobiografico e speculare dei sui pensieri e dei  contatti sociali con gli altri. Un diario intimo fatto di immagini, di oggetti e di spazio con una costruzione  in corso  in fase di definizione. Luogo concreto e vivibile, dunque,  in cui l’artista depositava i pensieri e i propri oggetti più cari, le testimonianze più vere che  gli consentissero di colmare il vuoto e la distanza tra la vita di ogni giorno e l’arte. La struttura tridimensionale crebbe in maniera apparentemente disordinata e caotica  carica di particolari richiami  simbolici e affettivi divenendo, di fatto, “l’opera ecologica e globale di una intera vita” destinata a rappresentare simbolicamente un sistema olistico, ovvero, una  particolare concezione totale.  Di certo, nel  Merzbau vi sono contenuti e accumulati  una  vasta e svariata gamma di  allusioni e di archetipi culturali addensati nello spazio a definire un procedere ciclico e temporale che emula e imita il procedere della vita cronologica nel suo farsi e disfarsi, con momenti passati sommersi e nascosti da quelli più recenti, come accade in una naturale crescita geologica o biologica. L’uso della ricercata funzione simbolica olistica da parte di Schwitters rende il Merzbau una occasione appropriata  per riflettere “in senso ecologico” su una particolare visione del mondo e sull’intero ecosistema del pensiero umano.          Giovanni  Bonanno  13 aprile 2017.

 

Biografia

Kurt Schwitters  ‹švìtërs›,  – Pittore (Hannover 1887 – Ambleside 1948). Studiò all’accademia di Dresda (1909-14) e, dopo una fase espressionista e cubista, nel 1918 creò le sue prime opere astratte. Per la sua personalità e il carattere estroso, Schwitters. viene spesso accomunato al movimento dada, del quale tuttavia non fece mai parte effettiva, nonostante l’amicizia che lo legò prima a T. Tzara e H. Arp, poi a R. Hausmann e Hanna Höch, esponenti del dada berlinese. Ben presto abbando’ i tradizionali materiali pittorici, immettendo sulla tela, con la tecnica del collage, gli oggetti di scarto più disparati, da biglietti del tram a frammenti di giornali, stoffe, spugne, tappi, bottoni. Uno dei suoi collages porta il titolo di Das Merzbild (1919), dal frammento della parola (Com)merz che vi compare. Una composizione equilibrata con vari materiali: fili metallici, corde, maglia metallica, carta e cartone di vario genere, in cui in posizione pressappoco centrale compare la scritta “Merz”, ricavata da un’inserzione della Kommerz- und Privatebank. Il quadro è andato disperso dopo essere stato esposto in modo dispregiativo nella mostra nazista dell’arte degenerata.

Nato casualmente, questo termine Merz accompagnò e caratterizzo’ tutta l’attività successiva di Schwitters. Pertanto, egli chiamò Merzplastiken i suoi rilievi, Merzdichtungen le composizioni in prosa o in poesia, formate da frammenti di frasi, parole, modi di dire, come An Anna Blume (pubblicato su Der Sturm) e ancora Die Blume Anna e Memoiren Anna Blumes in Bleie. Nel 1921 fece un ciclo di conferenze a Praga con Hausmann e H. Höch e sulla sua scia compose una Ursonaate, basata sullo stesso principio di sfruttamento della sonorità della voce umana. Nel 1922-23 fu in Olanda con T. van Doesburg. Nel gennaio 1923 uscì il primo numero della rivista Merz e nello stesso anno iniziò il primo Merzbau (distrutto da un bombardamento nel 1943), una costruzione che attraversava i varî piani della sua casa di Hannover, fatta di oggetti eterogenei, aggiunti di giorno in giorno. Sempre in contatto con i movimenti di avanguardia, Schwittars. fece parte dei gruppi “Cercle et Carré” e “Abstraction-Création”. Nel 1937 lasciò la Germania per stabilirsi in Norvegia, dove a Lyvaker iniziò un secondo Merzbau, anche questo distrutto. Nel 1940, invasa la Norvegia dai nazisti, l’artista si rifugiò in Inghilterra e fino al 1945 rimase internato in un campo di prigionia. Dopo il 1945 si stabilì ad Ambleside e, grazie a un finanziamento del Museum of Modern art di New York, poté dedicarsi alla realizzazione del terzo Merzbau, tuttavia, rimase incompiuto nel 1948 per  l’improvvisa morte.

 

 

 

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John M. Bennett / EXPERIMENTAL VISUAL POETRY


La Galleria e il Museo Virtuale

http://www.collezionebongianiartmuseum.it/

MOSTRA IN CORSO:

EXPERIMENTAL VISUAL POETRY

Mostra Personale  di  JOHN  M. BENNETT

Opere 2014 – 2016

a cura di Giovanni  Bonanno

Dal  12 Gennaio al  2 aprile 2017

Visit:  http://www.collezionebongianiartmuseum.it/virtualGallery/?art=12

Catalogo digitale experimental visual poetry

Mostra Personale di John M. Bennett,   opere 2014 2016

Sandro Bongiani Arte Contemporanea

Sandro Bongiani Arte Contemporanea, Salerno – Italia John M.

Ophen Virtual Art Gallery

Via S. Calenda, 105/D – Salerno Tel/Fax 089 5648159

e-mail: bongiani@alice.it

Web Gallery: http://www.collezionebongianiartmuseum.it

Orario continuato tutti i giorni dalle 00.00 alle 24.00

S’inaugura  giovedì 12 gennaio 2017, alle ore 18.00, la mostra  personale  dal titolo: “EXPERIMENTAL VISUAL  POETRY” che lo Spazio  Ophen Virtual Art Gallery  di Salerno dedica all’artista John M. Bennett con 71 poems poetry realizzati  in un arco di tempo che va dal 2014 al 2016.  L’esposizione e accompagnata da  una presentazione critica di Giovanni Bonanno.

 http://www.collezionebongianiartmuseum.it/contatti.php

 ” Tutto il Materiale è  protetto da diritto d’autore “

 Tutti i Diritti  sono riservati,  per qualsiasi richiesta  occorre contattare espressamente l’artista in questione  o il Bongiani Ophen Art Museum che si farà carico personalmente  di contattare l’artista richiesto  per avere Il permesso esplicito di Pubblicazione. 

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John M. Bennett / EXPERIMENTAL VISUAL  POETRY

Testo critico di  Giovanni Bonanno

John  M. Bennett (b. 1942, Chicago) è un poeta visuale americano sperimentale in cui la scrittura, il suono, la poesia fonetica e la performance  si relazionano  in una sorta di poetica “asemic” in cui il consueto concetto di poesia lineare si evolve  e viene sovvertito in direzione di una visione sperimentale, accogliendo di fatto umori e ricerche  nuove nell’ambito della scrittura, del suono e della parola. Una forma poetica che come scrivono Sinclair Scripa / Tara Verheide “incapsula il caos che caratterizza la nostra esperienza di e in questo mondo, dandogli una forma e presenza nelle parole, fonemi, lingue”. Del resto, lo stesso John B. Bennett  conferma che  “in un certo senso tutto è il caos; il mio lavoro è un modo per cercare d’incanalare in qualche modo quel caos in forme che risuonano con me. Così le poesie sono piccoli pezzi di caos. La realtà è caos, ma ha senso se si può vedere dalla giusta prospettiva”.

L’asemic writing”, ovvero la scrittura asemantica è il campo privilegiato di  Bennett, il luogo occasionale in cui molti elementi, apparentemente in attrito, convergono  in una sorta di flusso visivo,  di affioramento casuale, di  emersione data per oggettiva che oggettiva non potrà mai essere. Una sorta di evidenziamento  semantico “aperto”, senza parole che hanno un solo significato, libero da qualsiasi costrizione prefissata. La “scrittura asemantica”, infatti,  nasce come una forma di scrittura poetico/letteraria formata essenzialmente dall’utilizzo di parole inventate con un  conseguente significato nascosto. Nonostante non ci sia un contenuto semantico specifico,  è comunque capace di coinvolgere diversi campi di ricerca lasciando un varco aperto per l’interpretazione e l’invenzione. Insomma, una scrittura dotata di segno, ma senza significato e tuttavia, senza perdere la possibilità  di creare altro senso. John M. Bennett appartiene a questa particolare e privilegiata area di ricerca in cui la libertà e la metafora multi-strutturata di significato si condensa  in lacerti di senso ambiguo dandogli una  presenza apparentemente in forma di scrittura, di immagine o di parola. Bennett, non de/scrive poesie lineari, secondo Sinclair Scripa,  “usa la poesia come mezzo di comprensione per creare ciò che non può essere compreso e cosa non può esistere”, e quindi, l’uso della parola scritta e verbale come mezzo per suggerire  emotivamente dell’altro rispetto al consueto.

Collocatosi da diversi decenni in quell’area di esperienza che  io chiamo “dell’arte marginale”, In 50 anni  di attività poetica, ha saputo rigenerarsi  con  una sorprendente varietà di proposte. Inoltre, come editore  alternativo e  ha pubblicato più di 400 libri e libretti di poesia, ognuno molto diverso  dall’altro. Richard Kostelanetz  lo definisce “l’autore seminale della mia generazione”, in grado di relazionarsi proficuamente con le avanguardie storiche del novecento e  con personaggi interessanti come per esempio  André Masson,  Max Ernst, Henri Michaux, Paul Klee, fino ad rigenerarsi  nelle “asemic writings” (“scritture asemantiche”) con una scrittura “universale” capace di suggerire  nuove e diverse  interpretazioni possibili. Non essendoci  una corrispondenza logica  fra significante e significato che caratterizza la scrittura convenzionale, si determina  nella sua opera un’assenza di significato, una sorta di “vuoto semantico” che l’artista colma in parte con una  figurazione apparentemente ludica e ingenua, una sorta di ibrida e fluida “scrittura poetica”, suggerendoci  di integrare tale vuoto con una interpretazione personale  che necessariamente  deve coinvolgere la sfera cognitiva, culturale e emotiva.

La sua è una scrittura  che considero “d’interferenza relazionale” con l’intenzione ben precisa di annullarne la completa  leggibilità e per definirsi come lettura autonoma,  proprio perché  riposta in profondità nelle nostre menti inconsce. Del resto, anche le performance verbo-sonore seguono questa logica  espressiva caratterizzata volutamente da un atteggiamento di attrito, come lui stesso afferma, apparentemente compulsivo di tipo psico-balbettio poetico. Una scrittura creativa, quindi, che fonde testo e segno grafico per divenire in definitiva  anche lacerto d’immagine  al limite della figurazione o della scrittura grafica.

Penso alle serie di opere presenti in questa mostra personale con la presenza di piccoli esseri  o ri/tratti giocosi nati dalla provvisorietà  della scrittura e del caso. Frammenti di  una scrittura decantata  che si da a nuova vita.  Presenze lievi e “insostanziali” che vanno a definirsi provvisoriamente su concreti e reali cartoni di imballaggio recuperati e resi possibili, segni che si definiscono nella dimensione più oscura e precaria dell’esistere svincolate da un normale e consueto senso logico.  Perché  è nel caso e solo nella dimensione “aperta del fare”   che  l’espressione poetica può esistere e manifestarsi  scavalcando la comprensione univoca  della lettura linguistica decodificata; così, solo così un testo poetico può essere interpretato in modo personale, liberando la mente e rincorrendo a diversi  significati plurimi che derivano da ciascun  accordo e simbolismo grafico.

Dobbiamo sottolineare, infine che l’orizzonte delle proposte di Bennett coincide anche con le assidue collaborazioni tra artisti e poeti contemporanei  di diverse latitudini  (collab works), diventata ormai una  consuetudine consolidata. Rimane una costante ricerca in campo  per mettere a confronto mondi e modalità operative differenti. Nel corso degli anni ha collaborato con molti artisti americani  e stranieri, tra le assidue frequentazioni dobbiamo segnalare il contributo di Tom Cassidy, Mc Murtagh, CMB, Jim Leftwich, Sheila, Baron, il nostro Lancillotto Bellini e tanti altri poeti internazionali.  Diretto discendente del Dadaismo e della scrittura sperimentale, viene presentata  in  questa  mostra  personale la poetica  di ricerca  di questo importante artista americano con 71 lavori degli ultimi tre anni (2014 – 2016).  L’evento vuole essere anche un doveroso  omaggio alla visione del non-sense e dell’objet trouvé  diffusa dal Dadaismo  di cui  nel 2016 è ricorso il centenario, (1916-2016).                Giovanni  Bonanno     Dic. 2016

 

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Mostra Personale di JOHN M. BENNETT

SPAZIO OPHEN VIRTUAL ART GALLERY

Via S. Calenda, 105/D – Salerno

EXPERIMENTAL VISUAL POETRY

Mostra Personale  di  JOHN  M. BENNETT

 Opere 2014 – 2016

a cura di Giovanni  Bonanno

Dal  12 Gennaio al  2 aprile 2017

Inaugurazione:  Giovedì  12 Gennaio 2017,  ore 18.00

Ophen Virtual Art Gallery, Via S. Calenda, 105/D – Salerno Tel/Fax 089 5648159

e-mail:  bongiani@alice.it

Web Gallery: http://www.collezionebongianiartmuseum.it

Orario continuato tutti i giorni dalle 00.00 alle 24.00

                              

S’inaugura  giovedì 12 gennaio 2017, alle ore 18.00, la mostra  personale  dal titolo: “EXPERIMENTAL VISUAL  POETRY” che lo Spazio  Ophen Virtual Art Gallery  di Salerno dedica all’artista John M. Bennett con 71 poems poetry realizzati  in un arco di tempo che va dal 2014 al 2016.  L’esposizione e accompagnata da  una presentazione critica di Giovanni Bonanno.

John  M. Bennett (b. 1942, Chicago) è un poeta visuale americano sperimentale in cui la scrittura, il suono, la poesia fonetica e la performance  si relazionano  in una sorta di poetica “asemic” in cui il consueto concetto di poesia lineare si evolve  e viene sovvertito in direzione di una visione sperimentale, accogliendo di fatto umori e ricerche  nuove nell’ambito della scrittura, del suono e della parola. John M. Bennett appartiene a una e particolare area di ricerca in cui la libertà e la metafora multi-strutturata di significato si condensa  in lacerti di senso ambiguo dandogli una  presenza apparentemente in forma di scrittura, di immagine o di parola. In 50 anni  di attività poetica, ha saputo rigenerarsi  con  una sorprendente varietà di proposte in grado di relazionarsi proficuamente con le avanguardie storiche del novecento e  con personaggi interessanti come per esempio  André Masson,  Max Ernst, Henri Michaux, Paul Klee, fino ad rigenerarsi  nelle “asemic writings” con una scrittura “universale” capace di suggerire  nuove e diverse  interpretazioni possibili.  La sua è una scrittura  che considero “d’interferenza relazionale” con l’intenzione ben precisa di annullarne la completa  leggibilità e per definirsi come lettura autonoma,  proprio perché  riposta in profondità nelle nostre menti inconsce. Una scrittura creativa, quindi, che fonde testo e segno grafico per divenire in definitiva  anche lacerto d’immagine  al limite della figurazione o della scrittura grafica. Perché, scrive Giovanni Bonanno,  “è nel caso e solo nella dimensione aperta del fare  che  l’espressione poetica può esistere e manifestarsi  scavalcando la comprensione univoca  della lettura linguistica decodificata; così, solo così un testo poetico può essere interpretato in modo personale, liberando la mente e rincorrendo a diversi  significati plurimi che derivano da ciascun  accordo e simbolismo grafico”. Diretto discendente del Dadaismo e della scrittura sperimentale, viene presentata  in  questa  mostra  personale la poetica  di ricerca  di questo importante autore americano con una serie di lavori degli ultimi tre anni (2014 – 2016).  L’evento vuole essere anche un doveroso  omaggio alla visione del non-sense e dell’objet trouvé  diffusa dal Dadaismo  di cui  nel 2016 è ricorso il centenario, (1916-2016).

 

Biografia  di  JOHN  M. BENNETT

John M. Bennett [JMB] è nato a Chicago, Illinois, il 12 ottobre 1942. poeta sperimentale, ha iniziato a far conoscere  il suo lavoro già nel 1970.  Ha lavorato in una grande varietà di generi, tra poesia visiva, grafica, suono, mail art, cinema collaborando con scrittori e artisti da tutto il mondo. E ‘stato anche editore della rivista letteraria internazionale Lost and Found Times, 1975-2005. Richard Kostelanetz ha scritto che  “John M. Bennett è stato il poeta americano fondamentale della mia generazione, perché ha prodotto tanti lavori interessanti in una complessa varietà di modalità sperimentali”. Attraverso una piccola casa editrice “Luna Bisonte Prods” fondata nel 1974, Bennett  si propone prima nella veste di  editore di se stesso e poi anche di altri poeti. In tanti anni ha pubblicato migliaia di opere di scrittori  in edizione limitata che fanno parte del mondo della  poesia visiva, parola arte e arte /poesia, compresi i 30 anni della rivista “Lost & Found Times”,  raccolti in diverse importanti istituzioni, tra cui Washington University di St. Louis , SUNY Buffalo , The Ohio State University e il Museum of Modern Art . Bennett stesso è  anche il curatore del “Avant Writing Collection”, “The William S. Burroughs Collection”, e “The Cervantes Collection” ai Ohio State University Libraries.

Vive e lavora a Columbus, Ohio (USA).           Home Page: http://www.johnmbennett.net/

 

 

EXPERIMENTAL VISUAL  POETRY

JOHN  M.  BENNETT  

Opere 2014 – 2016

SPAZIO OPHEN VIRTUAL ART GALLERY  Via S. Calenda, 105/D  – Salerno

12 gennaio – 2 aprile 2017

Inaugurazione: giovedì 12 gennaio, ore 18.00

Orario: tutti i giorni ore 00.00 – 24.00   e-mail: bongiani@alice.it

Web Gallery:  http://www.collezionebongianiartmuseum.it

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Analisi del 2014

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

Un “cable car” di San Francisco contiene 60 passeggeri. Questo blog è stato visto circa 1.800 volte nel 2014. Se fosse un cable car, ci vorrebbero circa 30 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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OPHEN VIRTUAL ART / LA GALLERIA TUTTA VIRTUALE

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L’intervista di Francesca Salvato

a

Giovanni  Bonanno

La Ophen Virtual Art Gallery è la prima galleria virtuale in cui l’arte contemporanea diviene virtuale e interattiva. Nessun muro e nessuna sala bensì solo il web per accogliere le opere, un luogo in perenne evoluzione dove si alternano i lavori di artisti più e meno noti. Ciò permette agli artisti emergenti di usufruire gratuitamente di una vetrina costante e consente, a quelli con maggiore esperienza nel settore, di rendersi sempre più internazionali. La  www.collezionebongianiartmuseum.it  è sempre pronta a spalancare le sue porte proponendosi come ponte tra l’arte in senso stretto e l’innovazione della rete internet. Senza dubbio si tratta, allo stato attuale, della prima e più importante galleria on-line a livello mondiale che si occupa di arte contemporanea

Signor Bonanno, ci dica come è nata l’idea di una galleria virtuale?

Lo Spazio Ophen Virtual Art Gallery, nasce nel 2009 ed è uno dei primi contenitori espositivi virtuali internazionali al mondo con l’arte a portata di mouse. Durante questi ultimi decenni avevo notato che il pubblico era sempre meno. Probabilmente davanti ad una galleria privata, si palesa l’insofferenza e la paura di pagare persino l’ingresso. Solo le grandi mostre con un grosso battage pubblicitario permettono di avere un numero considerevole di visitatori; penso alle mostre dedicate a Van Gogh, agli Impressionisti o alla rassegna della Biennale di Venezia. Il fruitore molto spesso rimane indifferente a tante importanti proposte culturali, per cui, un’altra ragione in più per cercare una nuova possibilità e sfidare la “pigrizia” del pubblico nei confronti dell’arte contemporanea. La crisi economica e culturale del sistema Italia. In questi ultimi anni il vento ha spazzato via in un solo colpo non solo le imprese ma anche le gallerie d’arte, tanti spazi espositivi. La crisi ha insabbiato il potere d’acquisto della classe media che, pur entro certi limiti, aveva investito in questo settore. È un momento davvero difficile, le spese di gestione sono alte, si fa fatica a trovare qualche sponsor e gli investimenti puntano sul sicuro, cioè su “autori storici”. Non ci si sta dietro alle spese, si vende ormai pochissimo. Chi non ha le spalle larghe e coperte di sicuro chiude. Come tante altre realtà, si chiude a Modena come a Milano o a Parigi. Questa è l’aria, purtroppo, che si respira oggi. Consapevole di questa nuova realtà ho voluto realizzare compiutamente un mio progetto curatoriale ed espositivo di tipo sperimentale, alternativo e innovativo rispetto all’attività consueta delle gallerie d’arte, assorbendo di fatto tutte le strategie acquisite e utilizzate dalle gallerie tradizionali e nel contempo usando le nuove tecnologie che avevo a disposizione.

 

Com’è nata la collaborazione tra lei e Sandro Bongiani, ci racconti da quale formazione proviene? 

Inizialmente ero solo un artista e critico d’arte contemporanea. Per un certo periodo scrivendo di arte e recensendo le mostre su varie riviste mi firmavo con il nome Sandro Bongiani. Per questa avventura ho preferito ripescarlo e trovarmelo vicino utilizzandolo come una sorta di alter ego virtuale, un altro sé, diciamo pure una seconda presenza interattiva che mi affianca e collabora. Di fatto sono solo a sobbarcarmi tutto il lavoro; dalla programmazione tecnica annuale delle mostre da fare al contatto con l’artista, dal comunicato stampa, locandine, newsletters, alla stesura del testo critico di presentazione e poi la diffusione alle varie riviste e spazi culturali seguendo passo dopo passo l’evento dall’’inaugurazione a tutto il periodo della mostra. Ogni mostra è affiancata da un significativo programma di comunicazione mediante il nostro Archivio e ufficio stampa Ophen Documentazione d’arte Contemporanea creato nel lontano 1989. A volte, se sono molto interessato ad un artista, scrivo anche qualche poesia che diffondo nel Web. Ogni volta è un lavoro immane ma confesso che lo faccio con piacere ben sapendo che sto contribuendo a cambiare il modo di operare all’interno del sistema ufficiale dell’arte. Oggi sono contemporaneamente più cose; artista, curatore, blogger, poeta, gallerista e…. Di certo, tutto questo lavoro non potrebbe essere fattibile al meglio se le varie attività fossero demandate a diverse figure culturali. Anche per questo lo Spazio Ophen Virtual Art Gallery risulta unico nel suo genere come la prima e autentica galleria virtuale al mondo con una visione e una presenza ben definita, rispetto alle tante pseudo-proposte provvisorie presenti nel web.

 

 Un progetto ambizioso e rischioso….. 

Il mondo dell’arte è un mondo impenetrabile che non permette nessun scambio perché controllato da “corporazioni” che sanno gestire benissimo il mondo commerciale dell’arte. L’alternativa era quella di aprire una associazione culturale oppure una cooperativa gestita dagli artisti. Vecchia storia! Vi era il bisogno urgente di un nuovo modo di concepire l’arte e produrre cultura; è tempo che da parte degli operatori del settore e degli addetti ai lavori si attivino serie riflessioni su possibili nuove strategie di rinnovamento. In queste condizioni non aveva alcun senso affittare uno spazio espositivo e utilizzarlo per ospitare delle mostre, era troppo deprimente, per cui ho deciso di creare uno spazio virtuale decisamente accessibile a tutti quelli che orbitano all’interno della galassia globale semplicemente utilizzando una connessione internet. L’obiettivo che mi sono posto è di realizzare una piattaforma interattiva capace di ospitare le mostre temporanee, una sorta di collezione permanente in grado di conservare in modo duraturo tutte le mostre passate archiviandole all’interno di un archivio generale online.

 

Come vive e viene percepita la realtà virtuale nell’arte? 

Attualmente vi sono differenti approcci alla ricerca di un rapporto interattivo con la grande massa di utenti del mondo di internet. C’è chi propone l’inserimento di foto di opere, quasi una sorta di gallerie fotografiche, chi utilizza lo spazio in vendita affittandolo come un semplice affittacamere e chi si è illuso di poter risolvere il problema della partecipazione utilizzando magari una piattaforma più dinamica e interattiva 3D via internet visitabile via browser dando spazio all’attivismo dell’utente che di fatto diventa un interlocutore attivo, preferendo lo spazio e gli ambienti accessibili e navigabili, dimenticando però, l’opera d’arte che risulta così secondaria rispetto all’evento partecipativo del percorso 3D.

  

Gli artisti come la vivono?  

Gli artisti che condividono questa mia avventura sono attratti da questo nuovo modo di procedere e relazionarsi con l’opera d’arte ben sapendo che non sussiste la percezione e il contatto diretto in senso fisico con l’opera come risulta evidente da una visita ad una galleria tradizionale. Potrebbe essere questo un handicap. Tuttavia, devo far notare la grande possibilità di essere presenti in tempo reale nel web in una dimensione globale a 360 gradi e visibile 24 ore su 24. Questa è la nuova frontiera aperta del Web di una galleria virtuale permanente d’arte accessibile da tutto il mondo

 

Le mostre come nascono e come vengono allestite? 

Lo spazio virtuale è una proposta sperimentale nata nel 2009 con la prima mostra collettiva virtuale “Tre artisti a confronto”, con la presentazione dei lavori di Roberta Fanti, Giuseppe Celi e Bruno Sapiente, l’esposizione delle opere avviene in tre sale virtuali con un massimo di 30 opere per sala. Lo Spazio Ophen Virtual Art Gallery con le tre classic room nasce da una semplice constatazione che è possibile utilizzare le strategie acquisite delle gallerie tradizionali, quelle che io considero “dello spazio fisico” attivando una proposta con reali frequentazioni provenienti da tutte le parti del mondo. Uno spazio decisamente virtuale, interattivo e accessibile ovunque. La mia galleria virtuale di solito ospita 3 – 4 mostre d’arte all’anno sempre con proposte serie e di qualità. Quello di gestire una galleria d’arte diversa dalle altre è sempre stato un mio grande sogno che ho coltivato da lungo tempo, capace di poter offrire maggiori opportunità in termini di visibilità e con la caratteristica di ricevere visite da spettatori provenienti da tutte le parti del mondo in modo interattivo, aperto e accessibile ovunque, da chiunque e in qualsiasi momento. Questo progetto digitale si basa sul no-profit, evitando di commercializzare le opere d’arte in senso speculativo. Se qualcuno vuole vedere o comprare le opere esposte deve solo rivolgersi all’artista in questione. Non siamo dei commercianti e non vi è nessuna merce in cambio. La galleria virtuale, oggi, è la più importante se non l’unica realtà virtuale al mondo presente on line nel Web che ha un approccio diretto e serio con l’opera d’arte. Uno spazio virtuale che con le sue tre sale può ospitare anche 90 opere in tutto. Si può accedere a questo spazio utilizzando un qualsiasi computer oppure uno smartphone, un tablet, un book reader con una semplice connessione ad internet. 

 

Nel corso di questa avventura così audace sono state maggiori le vittorie o le sconfitte (ammesso che ve ne siano state)? 

Le avventure, in quando tali sono sempre stimolanti e bisogna affrontarle cercando di attivarle con coscienza e partecipazione. Non ci sono insuccessi. L’unica sconfitta che conosco è quella di negare per paura un proprio specifico contributo a un determinato problema. Se devo fare un primo provvisorio e precario bilancio del lavoro svolto in cinque anni di attività di gallerista virtuale posso affermare che i miei contatti con tanti artisti di grande interesse mi hanno facilitato molto, permettendomi di proporre mostre di qualità come quelle organizzate a Giuliano Mauri, Paolo Scirpa, Marcello Diotallevi Clemente Padin, Ruggero Maggi, Anna Boschi, Vincenzo Nucci, Franco Longo e tanti altri che hanno partecipato e condiviso con impegno questa avventura.

 

Pensa che potranno realizzarsi mostre in tempo reale in punti diversi del mondo? 

Siamo solo alla prima preistoria di questo nuovo modo di considerare l’arte e la cultura. Sono convinto che occorrerà solo attendere un po’ per verificare un numeroso pullulare di proposte virtuali presentati in tempo reale in diverse parti del globo che assorbiranno di fatto le esperienze tradizionali a favore di una nuova condizione e concezione dell’arte. L’ultima mia fatica risale al 2011, anno in cui ho creato il Bongiani Ophen Art Museum, un Museo Virtuale di Arte Contemporanea interattivo con 45 Room in cui vi sono presenti le opere virtuali temporanee di altrettanti artisti e anche la Collezione Grafica di arte Contemporanea con altre 45 sale virtuali in cui archivio le opere autentiche che sto raccogliendo per donarle prossimamente ad un museo d’arte contemporanea.

 

In futuro?  

Un sogno che ho ancora nel cassetto è quello di realizzare altre mostre online senza dover spostare materialmente quadri opere e persone, utilizzando un semplice monitor e facendo interagire l’artista stesso che dovrà magari dall’altro capo del mondo inserire direttamente le sue opere dentro la piattaforma virtuale divenendo così anche protagonista e curatore di se stesso.

Considerazioni e speranze? 

 

Sono convinto che stiamo scardinando un sistema monolitico che fino a poco tempo non permetteva nessuna interferenza, a vantaggio di una partecipazione più attiva, libera e democratica, dove le persone sono destinate ad avere un’interazione privata e personale con l’opera d’arte al di là delle scelte del mercato e del sistema dell’arte ufficiale. Non è un fenomeno di transizione ma un nuovo modo di concepire la fruizione artistica e museale. Per lungo tempo, il sistema ufficiale dell’arte ha condizionato le scelte in forma di monopolio assoluto. Con l’avvento di Internet tutto è diventato possibile trasformando i siti web in spazi curatoriali. La galleria virtuale nasce in parallelo alle proposte dell’arte ufficiale con lo scopo di bypassare eliminando i cosiddetti intermediari e arrivare più facilmente al pubblico. L’attivismo viene considerato oggi ancora paradossalmente “sotto culturale”, in realtà si ha paura di questi sconvolgimenti che possono alterare assetti ritenuti fino a poco tempo fa stabili e sicuri. 

 

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VIRTUAL UNDERGROUND/ GUGLIELMO ACHILLE CAVELLINI 1914 – 2014

Un artista globale nel rapporto tra arte e vita

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GUGLIELMO ACHILLE CAVELLINI 

(Brescia 1914 – 1990)

Jean Dubuffet  nel 1978 scrisse:  “…Abbiamo creduto innocentemente che la capacità producesse il merito e che dal merito derivasse la gloria. Abbiamo via  via scoperto che ciò non accade… Ridiamo ora attraverso di Lei dei nostri precedenti errori…”

 

Premessa

Con  la lettera testuale del 1979 GAC pubblicata come premessa ad inizio  nel catalogo della Mostra a domicilio nell’aprile del 1980 affermava: nella mia operazione di “autostoricizzazione” è necessario che io della provvedere anche alla mia “autobiografia”. Ho scelto la forma diaristica, perché, come ho già scritto in una “lettera ai miei nemici” vorrei che i posteri la giudicassero “completa e perfetta”.Per seguire un ordine cronologico avrei dovuto pubblicare il diario dell’anno 1976. Ma dopo il mio viaggio in California (27 aprile-14 maggio 1980) e a Budapest (22 -24 maggio 19809 non ho resistito alla tentazione di anticipare la pubblicazione di queste pagine, perché, mi pare, meritino una particolare attenzione. Da qualche anno ho avviato dei singolari rapporti con parecchi artisti sparsi in varie parti del mondo. I festivals organizzati in California mi hanno invogliato a parteciparvi per conoscere di persona questi nuovi amici, i luoghi dove vivono, e respirare l’atmosfera del loro ambiente artistico. Questi due viaggi mi sono stati di grande utilità per meglio approfondire certe mie idee sulle vicende dell’arte e della vita, che in questo momento stanno attraversando una profonda crisi di trasformazione. Qui da noi si è ancora convinti di essere i continuatori di una nostra vecchia tradizione artistica, qui da noi prevale ancora il concetto dell’individualità, e non ancora quello della collettività. Qui da noi ogni anno inventano qualche trappola per voler mantenere ancora in vita le vecchie leggi della tradizione, del mercato, e le posizioni di comando conquistate. Basterebbe fare uno sforzo e osservare il mondo dell’arte con l’occhio dei posteri. Basterebbe giudicare il presente e il passato con l’occhio della storia, inesorabile spugna asciuga tutto. La storia ci ricorda soltanto quei pochissimi personaggi che hanno contribuito al rinnovamento del mondo dell’arte mostrandocelo con un occhio nuovo e diverso. Comunemente si dice: “Se fossi vissuto al tempo di Van Gogh avrei capito il suo modo di fare arte”. Storicamente è accertato che non è vero. Qui da noi hanno scritto libri su Duchamp soltanto dopo sessant’anni; e il dadaismo è ancora un genere d’arte considerato marginale. La storia si ripete e sempre si ripeterà. Anche oggi in qualche parte del mondo esiste un altro Van Gogh o un altro Duchamp, ma non è compito, a quanto pare, dei contemporanei capirli o scovarli. Per la prima volta ho assistito quest’anno ad un convegno internazionale di critici e di direttori di musei. Ho sentito un centinaio di relazioni. Ebbene, ho stabilito che tutti sono informati, intelligenti, disinvolti, ma nessuno mi ha dimostrato di saper vedere al di là del proprio naso. Sono tutti ancora al di qua della barricata. Ognuno di loro è convinto di possedere la verità. Hanno stampato un libretto con gli indirizzi di quindicimila artisti e critici di 35 nazioni rigorosamente selezionati, e tutti i quindicimila sono convinti di essere i migliori o almeno tra i migliori. Veramente viviamo in una giungla dell’arte, stiamo assistendo ad una nuova Babilonia. Soltanto dopo una drammatica e lunga crisi sarà possibile ricominciare da capo. Ogni periodo storico ha una sua diversa fisionomia, e logicamente quello di domani dovrà differenziarsi dai precedenti. Se le società vorranno migliorare, uno dei compiti degli artisti dovrà essere quello di aiutare a far capire il mondo dell’arte. Quando l’attuale sistema verrà smantellato, una possibilità di continuità dovrebbe essere quella di ricominciare  tutto da capo (logicamente non dimenticando il prezioso bagaglio culturale ereditato dai nostri predecessori, un bagaglio complesso e vario, ormai ridotto alla saturazione e all’attuale crisi di idee). Ricominciare tutto da capo, come uomini primitivi, ritornare alla natura, in libertà. In semplicità, assieme. Uno spiraglio di un nuovo modo di fare arte mi pare di averlo avvertito e vissuto con i miei nuovi amici che ho incontrato in California. Non è importante il risultato, come lo pretende il sistema dell’arte, per me è importante il loro nuovo comportamento, il loro nuovo modo di vedere il mondo, la vita, l’arte, non più ridotti all’isolamento, ma vivere e operare collettivamente, conquistare una libertà, aprire le frontiere, dialogare con il mondo intero. Molti artisti ormai comunicano tra di loro con lo stesso linguaggio e lo stesso spirito, pur vivendo in California, o a Budapest, o in Polonia, ecc. Le pagine di questo diario avvalorano le mie affermazioni. Il mio soggiorno in California lo considero una parentesi della mia vita assai importante, uno stimolo a proseguire la mia strada senza esitazioni. Se qualcuno pensasse che quanto ho scritto è frutto della mia fantasia, e il racconto possa sembrare surreale, ebbene, desidero precisare che invece tutto veramente è accaduto, tutto è realtà. La realtà, in questo caso, è divenuta surreale, senza dover ricorrere a finzioni o programmazioni. Tutto ciò è avvenuto perché da tempo questi artisti mi avevano dimostrato in mille modi la loro stima, e giudicano la mia “auto storicizzazione” una operazione artistica nuova, diversa, rivoluzionaria. Mi considerano un demitizzatore del sistema dell’arte, ormai in crisi e in lento inesorabile disfacimento. (qui da noi, invece, esiste e persiste l’ormai tradizionale “Nemo propheta in patria”). Inoltre è interessante constatare come il mio adesivo abbia saputo stimolare la fantasia di molti artisti in modo prodigioso (al punto che un autorevole esponente del fluxus americano, in un articolo pettegolo e maldicente, lo ha addirittura definito: “Quel maledetto adesivo Cavellini 1914-2014 che viene incollato in tutto il mondo”). Quell’adesivo da fastidio a molti. La mia operazione di “autostoricizzazione2 non viene ancora presa sul serio. Mi giudicano un presuntuoso megalomane con molti mezzi a disposizione, sto subendo la stessa sorte degli artisti che hanno qualche cosa da dire fuori dall’ordinario, in contrapposizione al sistema. Perciò non devo sperare nella comprensione dei critici e degli storici dell’arte contemporanea, perché, come ho già detto, non è il loro compito scovare e capire questi personaggi. Preferisco vivere la mia avventura, proiettata nel futuro, piuttosto di dovermi impantanare nell’intricata giungla dell’arte.

       Luglio 1980,   GAC

 

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GAC 1914-2014

“La non-opera e il non-luogo dell’arte come interpretazione del mondo

per la trasformazione creativa della realtà”

“Commento a margine di un dibattito  a cura  di Giovanni  Bonanno”

 

Ripropongo questa lunga e significativa premessa scritta da GAC nel lontano 1980 perché la  ritengo   essenziale  per capire appieno la straordinaria personalità di questo artista lombardo  e  per comprendere meglio  in che particolare  situazione culturale si era  ritrovato ad operare negli anni 70 e 80.

E’ stato esattamente nel 1971 che ha inventato  “l’autostoricizzazione”, realizzando e  inviando per via postale in tutto il mondo una decina di “mostre a domicilio” (sono dei cataloghi stampati che sostituiscono le tradizionali mostre nelle gallerie d’arte). In Italia, per diversi decenni, GAC è stato osteggiato come  “un ricco eccentrico in vena di esibizionismo”, non compreso perché ritenuto soltanto un importante  collezionista d’arte contemporanea  e di conseguenza  collocato dalla critica ufficiale  nel completo isolamento.A partire dal 1971,  dopo l’irruzione nel mondo dell’arte dell’americano Ray Johnson, vissuto nello stesso periodo dell’artista bresciano, Guglielmo Achille  Cavellini aveva iniziato in modo assiduo a “scardinare” il sistema ufficiale dell’arte ritenuto impenetrabile, proponendo la sua presenza come autentico momento creativo. Insomma, una sorta di artista isolato che  dal chiuso decide finalmente di non far parte di quella schiera  di pittori delusi e incompresi come  Munch,  Van Gogh, Modigliani o Tancredi e di far sentire la propria voce attuando appropriate “interferenzeall’interno del sistema monopolistico dell’arte. Dopo aver realizzato, distrutto e riciclato una parte consistente del suo lavoro degli anni precedenti,  GAC decide di  compiere “il grande passo”; quello di contrapporsi ad un sistema ormai monotono; un ulteriore sviluppo verso la messa in crisi del tradizionale sistema dell’arte.

Di certo la sua condizione di  “scarsa considerazione” lo spinse  orgogliosamente a non  subire passivamente attuando, in alternativa al “silenzio”, una sorta di “ribellione”, una logica reazione alle regole precostituite e imposte dal sistema corrotto, ossia, una maniera per certi versi  “coscientemente attiva” di  im/porsi al sistema ufficiale dell’arte. Ray Johnson negli anni 60 aveva solo accennato a questa possibile nuova strategia di messa in crisi del sistema culturale che non permetteva nessuna intrusione se non avvalorato da un  potere forte che condizionava e controllava le proposte e le scelte al fine di regolarne il flusso  e  “ossigenare il mercato dell’arte. Carlo Giulio Argan proprio nei primi anni 70 diceva:  “l’opera d’arte è oggetto, in una società neo-capitalista o “dei consumi” l’oggetto è merce, la merce ricchezza, la ricchezza potere, – aggiungo io – il potere è successo perché si basa  sull’ingordigia di possedere danaro e ricchezza. Quindi, strategie chiaramente  di palazzo e di potere imposte da illuminati “profittatori culturali” che  ancora oggi controllano  la produzione degli artisti e non ammettono   intrusioni al fine di un serio profitto. Per il mercato dell’arte ogni cosa deve essere controllata da un apparato forte di gallerie,  critici e mercanti di arte che si contendono fattivamente  le fortune. Gli anni 70  non a caso è anche il periodo della messa in crisi dell’oggetto ritenuto “merce produttiva” e oggetto al servizio del potere.  E’ proprio  GAC a porre per primo e in modo evidente  il problema della mercificazione e del condizionamento da parte del  potere culturale attuando per reazione un  straordinario  “attivismo  di contrasto frontale” con il sistema  impenetrabile dell’arte ufficiale. L’arte, dopo essere stata relegata  per molto tempo al chiuso delle idee,  con l’attuazione dell’autostoricizzazione”  diveniva  liberazione, apertura delle frontiere culturali, arte che finalmente si integrava  nella vita.

G. A. Cavellini  si ritrova, lui che è stato un grande mercante e collezionista di arte contemporanea a condividere contemporaneamente vari campi d’esperienza trasversali e alternativi alle proposte della cultura ufficiale;  dalla pittura alla poesia visiva,  dalla body art alla performance, collocandosi apertamente ai margini di un sistema, in una zona franca, ovvero “in una periferia di confine praticabile” abbracciando  concretamente una pratica che di fatto assorbiva   diverse esperienze convogliandole concretamente in nuove  possibilità creative. Inoltre, con la preferenza e l’utilizzo della Mail Art  poteva finalmente confrontarsi a 360 gradi con  artisti di diversa esperienza sparsi in tutto il mondo.  Una pratica, quindi, “di lucido confronto” che poteva fare  a meno del mercato dell’arte che  di fatto tiene in ostaggio l’artista e di conseguenza reprime e condiziona la  creatività.  Dal 70 in poi, Cavellini partecipa alla messa in crisi del sistema “come battitore libero“ condividendo  in modo trasversale più campi di ricerca e smantellando così un concetto tradizionale che preferiva la  produzione dell’artista ripetitiva e ben identificabile, una produzione  assai monotona al completo servizio del mercato dell’arte. Oggi, GAC ci sembra davvero la figura più convincente, molto di più di Ray Johnson, capace di incarnare magnificamente  “la messa in croce” di un sistema  “arrogante” che tiene in ostaggio l’artista e di conseguenza l’opera d’arte e la produzione artistica in nome di un ipotetico e  possibile riconoscimento.

Artista particolarmente non  identificabile in una specifica scuola o gruppo artistico, nel contempo  citazionista, poeta visivo, performer, body artist,  mail artist e persino street artist e creatore di artistamp, difficilmente classificabile per le diverse pratiche utilizzate ma sicuramente artista del superamento trasversale di una logica tutta tradizionale. A distanza di qualche decennio  di attesa e di riflessione Guglielmo Achille Cavellini appare un  personaggio geniale e poliedrico. Ha vissuto l’arte contemporanea dal secondo dopoguerra fino al 1990, anno della sua morte, come artista libero, diceva: “preferisco vivere la mia avventura, proiettata nel futuro, piuttosto di dovermi impantanare nell’intricata  giungla  dell’arte, da artista non condizionato da schemi e imposizioni. Quindi, non é stata una questione di semplice eleganza o  stile ma di una cosciente operazione illuminata che ha evidenziato  e messo in luce i problemi e le contraddizioni  di un sistema  culturale “corrotto” che non permette alcuna interferenza e che costringe l’arte e gli artisti all’isolamento  e  all’anonimato. Un sistema che non lascia nulla al caso e che tratta l’opera d’arte e l’artista come semplice merce di scambio. (Giovanni  Bonanno)

 

 

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L’evoluzione delle proposte di G. A. Cavellini

La galleria  Ophen Virtual Art e il  relativo progetto Internazionale di  Mail Art   dedicato a G. A. Cavellini  come condivisione ed  evoluzione logica della proposta  di GAC.

 

Coerente con le  idea delle mostre a domicilio  di GAC, un ulteriore evoluzione del pensiero cavelliniano  è proposto in questa mostra virtuale rifiutando la realizzazione della consueta  “messa in scena” di una mostra di tipo tradizionale  a favore di un nuovo modo di presentare l’opera; non più  costretta a vivere tra quattro mura di una galleria d’arte ma  a condividere le straordinarie possibilità virtuali date da internet in modo globale, con la conseguente diffusione dell’evento  dedicato a Cavellini direttamente a 360 gradi in tutto il pianeta. Questa nostra proposta culturale  nasce dall’esigenza primaria di superare  i reali intermediari dell’arte  (Gallerista, curatore, mercante,  critico d’arte),  a favore di una pratica democratica che non  accetta imposizioni autoritarie dall’alto, da chi oggi progetta gruppi  e movimenti artistici in funzione del mercato dell’arte. La nascita della Galleria Ophen  Virtual Art di Salerno non è altro che il giusto tributo ad un personaggio che nella libertà  creativa senza gerarchi e controllori  ha tracciato e definito una nuova strategia e un  nuovo modo d’intendere l’arte. Già da circa cinque anni la nostra attività si è concentrata  su un conseguente sviluppo di idee che nasce in sintonia  con la visione  poetica di base di Cavellini. Infatti, la  Galleria Ophen, dopo i Cataloghi e le mostre a domicilio di GAC vuole proseguire la sua attività a favore di una  libera circolazione di idee  incarnate magnificamente da Cavellini. Quindi, rinnovato  e duplice omaggio a Gac con una rassegna che dimostra tutta l’attualità  e la vitalità dell’artista bresciano. Una raccolta di opere internazionali con 77  artisti contemporanei internazionali  che hanno prodotto  oltre 245 opere, che  ora sono  state archiviate  e visibili in modo permanente in una sala  a lui dedicata del Bongiani Museum.

http://www.collezionebongianiartmuseum.it/sala.php?id=44

Una selezione scelta e ragionata di ogni autore è presentata in  questa importante mostra collettiva internazionale dal titolo “G.A.CAVELLINI – “Virtual Underground” che sarebbe  di certo  piaciuta a GAC  proprio perché  condivide la stessa filosofia che aveva messo in opera  negli anni 70.  Una filosofia di pensiero che nasce e prende corpo dalle sue idee in una dimensione per certi versi ancora irriverente e dissacratoria. Questo  è il testamento  e il messaggio più  autentico che Cavellini ci ha lasciato e che noi abbiamo raccolto concentrandoci a modo nostro, a  “continuare e interferire” con i  vecchi e occulti sistemi di potere  alla ricerca della libertà e di un nuovo modo di far conoscere l’arte e gli artisti considerati marginali e “inutili” dal sistema ufficiale dell’arte. Quindi, libera evoluzione e totale condivisione del programma cavelliniano alla ricerca di superare vecchi steccati un tempo insormontabili, oscuri  impedimenti alla creatività che “reprimono”, ancora oggi, un  serio e opportuno dibattito senza costrizioni e condizionamenti alla ricerca di un nuovo modo di operare. Questa prima mostra è il risultato di una spontanea e sentita partecipazione di diversi artisti di varia nazionalità che hanno sentito l’urgente bisogno di esserci e di  condividere in prima persona la  celebrazione ufficiale del’anniversario del Centenario di Cavellini. Per settembre 2014, poi, vi sarà il secondo  appuntamento virtuale con una  importante retrospettiva  del lavoro svolto da Cavellini. Questa seconda occasione  sarà possibile grazie al contributo dell’Archivio Cavellini di Brescia e soprattutto di Piero Cavellini, critico, filosofo, collezionista e gallerista d’arte contemporanea che ci permetterà di realizzare concretamente tale   importante evento. Tutto ciò dimostra un’intesa  davvero molto  profonda, una completa condivisione delle proposte attuate da Cavellini e pertanto una totale convinzione a continuare tale percorso come giusta evoluzione globale “anti sistema” del progetto attuato da Cavellini che dall’arte-vita si  evolve in presentazione “virtuale”,  condivisibile finalmente  in modo interattivo e globale  in tutto il  nostro pianeta.      

Ormai siamo solo all’inizio di questa nuova avventura che ci coinvolge positivamente, di questo nuovo modo di considerare e intendere l’arte e la cultura. Sono convinto che occorrerà  solo  attendere ancora un po’ per verificare concretamente  un numeroso pullulare di proposte virtuali presentati concretamente  in diversi luoghi del globo in tempo reale, che assorbiranno di fatto le esperienze tradizionali a favore di una nuova condizione e concezione dell’arte. Di fatto, si sta scardinando un sistema monolitico che non permetteva fino a poco tempo fa nessuna interferenza, a vantaggio di una partecipazione più attiva e democratica, dove le persone sono destinate ad avere un’interazione privata, libera e personale con l’opera d’arte al di là delle scelte del mercato e del sistema ufficiale. Non è un  mero fenomeno di transizione ma un nuovo modo di concepire la fruizione artistica e museale.    (Sandro  Bongiani).

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Artisti presenti a questa Rassegna Internazionale:

Guglielmo Achille Cavellini, Ryosuke Cohen, Alexander Limarev, Luciano  Pera, Picasso, Gaglione, Bruno Cassaglia, Vittore  Baroni, Clemente Padin, Otto D. Sherman,  Ruggero  Maggi, Jas W Felter, Gianni Romeo, Simon Warren,  Carmela  Corsitto,  Ambassade d’Utopia, Rosa Gravino, Ptrzia Tictac, Anna  Boschi, Carl Baker, Lancillotto  Bellini, John M. Bennett, I Santini Del Prete, Giovanni Strada, Umberto Basso, Serse Luigetti, Mariano Filippetta, Anja  Mattila-Tolvanen, Domenico Severino, Katerina  Nikoltsou,  Stathis Chrissicopulos, Patrizia Battaglia, Pedro Bericat, Silvana Alliri, Rosanna Veronesi, Claudio  Romeo, Fausto  Paci, Ciro  Stajano, Antonio Moreno Garrido, Pier Roberto Bassi, Giovanni Bonanno, Francesco Aprile, Adriano Bonari, Jorge Valdes, Giancarlo Pucci,  Valery Oisteanu, Noriko  Shimizu, Judy  Skolnick, Angela Caporaso, Maurizio  Follin, Andreas Horn, Valentine Gabriella  Gallo, Mark Herman, Mariano  Bellarosa, Monica  Rex, Fulgor C. Silvi,   Lamberto Caravita,  Andrea Bonanno, Francesco  Mandrino, Roberto Scala, Giuseppe  Iannicelli, Renata e Giovanni Stradada, D.C. Spaulding, Maria Teresa Cazzaro, Antonio De Marchi Gherini, Bernhard Uhrig, Alfonso Caccavale, Monica Michelotti, Piero Barducci, Ana Garcia, Petra Dzierzon, Antonio  Baglivo, Bruno Chiarlone, Domenico Ferrara Foria,  Melisa  Kaneshiro, Borderline Grafix, Maurizia Carantani, Emilio  Morandi, Adolfina De Stefani, Antonello Mantovani.  

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PERSONALE DI MAURO MOLINARI

“I  Messaggeri di  Mauro Molinari ” 

 (60 francobolli d’artista dal 1998 al 2013)

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 Con  il termine  Artistamps, si intendono i “Francobolli d’Artista”) le creazioni  grafiche degli artisti che orbitano di preferenza nella Mail Art,  nella Poesia visiva e più in generale nella cosiddetta arte Concettuale, opere   che ricordano e  reinterpretano in maniera originale  le affrancature emesse dai Servizi postali ufficiali  delle varie nazioni. La Mail Art, ideata da Ray Johnson negli anni ’60, nasce come fenomeno artistico  “underground” condividendo le proposte del movimento Fluxus: una forma d’arte essenzialmente  e totalmente  svincolata da giochi di potere e libera da qualsiasi logica  produttiva. Le opere di Mail Art, spedite per posta viaggiano da un capo all’altro del pianeta  e molto spesso si  completano  con i timbri, francobolli,  adesivi e persino elementi tridimensionali. Le buste, e i francobolli sono la chiara testimonianza di un viaggio che finisce per fare parte dell’opera stessa. 

Layout 1

I primi artisti  che avevano prodotto francobolli alternativi a quello del vero circuito del cartavalori legale sono  stati alcuni pionieri  come Michael V. Hitrovo e Karl Schwesig. Tra i primi e più noti esemplari di francobolli d’artista documentati, è sicuramente  un bel francobollo dipinto completamente di blu nel 1957 da Yves Klein, mentre l’artista  Donald Evans  deceduto nel 1967, utilizzò il piccolo formato dentellato per una sterminata produzione di minuziosi acquerelli poi esposti in raccoglitori filatelici, fino alle ricerche concettuali degli artisti Fluxus, e quindi,  alla diffusione planetaria tramite  il network della rete dell’Arte Postale.  Anche Il padre della Poesia Visiva Lamberto Pignotti,  negli stessi  anni Sessanta, precisamente tra il  1966 e il 1968, ha  dato vita  alla sperimentazione dell’importante  serie dei ‘Francobolli’ (collage di parole e immagini), associando ad  un francobollo messaggi che apparentemente non mostrano nessun legame con la vignetta,  in cui la creatività è stimolata dai generi del fumetto e del fotoromanzo. 

2 . Tre francobolli  di  Mauro  Molinari 2013

Dello stesso periodo  è anche la produzione di Guglielmo Achille Cavellini che  tra il 1966 e il 68  crea  i francobolli in legno  e poi, nel 1968 – 70 con i carboni combusti la serie di lavori relazionabili al  concetto di celebrazione. Il francobollo è ora  un esempio concreto. ).  Diversi altri artisti come David Hockney, Ralph Steadman e Allen Jones  hanno prodotto francobolli d’artista, realizzate  appositamente in occasione dello sciopero generale delle Poste inglesi del 1971. 

Mauro  Molinari, B1-2003 -

Anche Paolo Scirpa e Marcello Diotallevi hanno realizzato francobolli d’artista. Proprio nel’84 l’artista fanese  inizia a realizzare i primi francobolli.   Secondo Marcello Diotallevi  “i francobolli d’artista stanno a quelli ufficiali come i libri d’artista a quelli che fanno letteratura”, confessando: “Sebbene essi non appartengano alla filatelia ufficiale, morfologicamente le sono vicini, appaiono traforati, la carta è gommata, hanno un valore facciale e qualcosa da celebrare”. Così  l’artista  definisce  il proprio lavoro.  Dal  1984, in tutto, ne ha realizzati una ventina sempre di grande qualità creativa.   Negli stessi anni  Guglielmo Achille Cavellini  crea la serie  interessantissima di lavori prodotti su carta che si sviluppa a tutti gli anni novanta,(anno della morte). Ormai,  molti artisti  soprattutto postali e concettuali  si costruiscono il proprio francobollo, che diviene così un messaggio nel messaggio. un’arte che si accontenta delle piccole dimensioni d’un francobollo per poter viaggiare più comodamente e gratuitamente superando barriere e limiti. Tra i prodotti mail-artistici più curiosi, i francobolli hanno un fascino  davvero particolare includendo le  ridotte dimensioni racchiudono un mondo in cui l’arte sovverte un codice – quello postale – fatto di formato, contorno per lo più dentellato, iconografia, indicazione dello stato ed infine del valore. Un’arte, quindi,  apparentemente inoffensiva,  spesso potenzialmente divertente,  capace però di superare lunghe distanze planetarie, innescando  tramite una sorta di  «cavallo  di Troia»  meccanismi relazionali e comunicativi e soprattutto  veicolare il proprio messaggio  in relazione ad una filatelia alternativa “di frontiera”,  contrassegnata  dalla più sfrenata e originale  invenzione poetica. 

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Oggi la  produzione dei francobolli d’artista è sterminata e comprende opere di importanti artisti che hanno da tempo  dedicato forze e attenzione  a tale forma di espressione, artisti di grande interesse  come  Mauro Molinari  che dal 1998  a oggi ha realizzato una sessantina di francobolli  tutti di grande qualità e bellezza. 

Mauro  Molinari, A-2002.

Per rendersene conto basta visionare i  lavori come E2 – “Hacia el nuovo Milenio” del 1999 oppure, A – 2000, La lengua  International: “Esperanto” creati  per il Museo de Filateria di Oxaca in Messico, oppure la bella serie di francobolli creati nel 2003 per il Festival  francese d’Avignon o per Aline Girard e Peter Reindl. Dopo il 2003 vi è una breve interruzione di questa particolare produzione. Dobbiamo attendere  quasi tutto il 2012 per avere una ripresa di questo modo di fare, sollecitato dallo Spazio Ophen Virtual Art di Salerno con  il progetto Internazionale “In forma di francobollo” dedicato all’artista Marcello Diotallevi. Di recente, sono del 2013 le tre opere  dal titolo “I Messaggeri” che Molinari ha voluto dedicare all‘Ophen Virtual Art Gallery in cui si nota la grande qualità  e  maestria di questo importante artista di Velletri.

Mauro  Molinari, A1-2013 - Copia

 A questo punto ci sembra doveroso sottolineare che la produzione  “in forma di francobollo” per Molinari non è un semplice cambiamento di formato e di  funzione, stimolato dalle sollecitazioni dei temi trattati, ha sempre cercato  nel corso di questi anni di sperimentare visioni e immagini che indubbiamente, poi,  si ritrovano  presenti anche nelle opere pittoriche di questa  ultima e fortunata stagione  creativa. I suoi francobolli , quindi,  non devono essere intesi come semplici elaborazioni ludiche alternative alla sua  più conosciuta   produzione pittorica, ma ricerca “a tutto campo”  in  vista di un approfondimento da convogliare come esperienza  anche nella pittura. Praticamente “un laboratorio d’idee” da sperimentare ad ampio spettro. Questa ultima stagione lo vede impegnato a  svelare oscuri misteri e strani sortilegi, con una “verve” tutta  immaginativa e visionaria. Non è un caso se poi Mauro Molinari li chiama “Messaggeri”; profeti che condividono l’oscurità  e il mistero delle cose  per  divenire  anche portatori di conoscenza e  di verità. 

Mauro  Molinari, A-2000

La visione che ha Mauro Molinari è tutta improntata a svelare gli strani intrecci tra memoria e tempo in una sorta di struttura compositiva decisamente fluida, impalpabile, sfuggente dove la leggerezza dell’apparire  convive con la provvisorietà  e inconsistenza di un momento  lievemente sospeso. Le sue rappresentazioni “a-temporali”  smantellano la consueta logica di una narrazione e prospettano una visione quando mai  duttile, frammentata, in-oggettiva,  carica di momenti diversi che  s’intersecano e convivono contraddicendo la consueta e normale  rappresentazione conseguente di un racconto.  In Molinari i ricordi diventano  frammenti  di poesia sospesa e le presenze lacerti di un vivere  alienato e illogico  che caratterizza l’uomo contemporaneo,  in cui tutto è possibile in un succedersi di eventi e accadimenti in divenire altamente evocativi e poetici.       Giovanni  Bonanno

 

 

2 - l'artista

Mauro Molinari

 Nato a Roma, vive a Velletri (RM). La sua ricerca artistica si è svolta per cicli che vanno dai registri informali degli anni ’60 alla pittura scritta e alle geometrie modulari del ventennio successivo. Nel 1975 le sue opere sono presenti alla X Quadriennale di Roma. Nel 1974 personale alla galleria d’Arte Internazionale di Roma, pres. S. Giannattasio. Dal 1974 all’81 partecipa alle rassegne internazionali sul disegno della Fundació Joan Miró di Barcellona. Nel 1979 personale alla galleria Il Grifo di Roma , pres. D. Micacchi. Nel 1982 personale alla galleria Il Luogo di Roma, pres. M. Lunetta e C. Paternostro. Nel 1983  e 1985 partecipa all’International Drawing Biennale di Cleveland. Nel 1987 personale alla galleria Incontro d’Arte di Roma, pres. I. Mussa. Negli anni ’90 si dedica alla rielaborazione pittorica dei motivi tessili avviando un ciclo che dura più di 15 anni. Nel 1995 nasce la collana di Orditi & Trame, di cataloghi editi in proprio. Il primo illustra la mostra itinerante promossa dalla Tessitura di Rovezzano e presentata a Roma alla galleria Pulchrum, pres. L. de Sanctis. Nel 1998 personale allo Spazio de la Paix e alla Biblioteca Cantonale di Lugano,

pres. A. Veca. Dal 2000 al 2013 partecipa ai  Rencontrs Internationales di Marsiglia. Dal 2000 al 2008 collabora con la rassegna internazionale Miniartextil che si tiene a Como ogni anno. Nel 1999-2000 crea il ciclo Stellae Errantes sculture dipinte ispirate ai tessuti sacri, che è stato ospitato in numerosi musei italiani in occasione del Giubileo. Nel 2001 personali alla galleria Il Salotto di Como e al Museo Didattico della Seta di Como, pres. M. De Stasio. Nel 2001 personale al Museo  dell’Infiorata di Genzano, pres. C. F. Carli. Nel 2002 personale al Museo S. Maria di Cerrate Lecce, pres. L. Caramel. Nel 2003  sala personale al Musèe de l’Impression sur Ètoffes di Mulhouse, pres. L. Caramel. Nel 2004 personale a Oman Caffè di Como, pres. L. Caramel. Nel 2005 esposizione allo Spazio Mantero di Como e al Salons de l’Hôtel de Ville di Montrouge, pres. L. Caramel. Nel 2006 Salone d’Arte Moderna di Forlì, pres. F. Gallo, e sala personale al Museo di Palazzo Mocenigo di Venezia, pres. L. Caramel. Nel 2007 personale alla Fondazione Venanzo Crocetti di Roma, pres. C. F. Carli e C. Paternostro. Nel 2008 sala personale alla VI Triennale Internazionale di Tournai, e personale  alla Biblioteca Angelica di Roma, pres. E. Di Raddo. Dal 2008 sviluppa un ciclo pittorico dove è centrale la figurazione, che si pone come naturale evoluzione del suo percorso creativo. Nel 2009 personale alla galleria Renzo Cortina di Milano, pres. A. Veca. Nel 2010 personale al Museo Carlo Bilotti di Roma, pres. A. Arconti e L. Canova. Nel 2011 e 2012 partecipa al Festival del Libro d’Artista di Barcellona, pres. E. Pellacani. Nel 2013 personale alla galleria Baccina Techne di Roma, pres. G. Evangelista.

 

  Hanno scritto sul suo lavoro

  Abbate, Apa, Apuleo, Arconti, Balmas, Battarra, Bentivoglio, Berenice, Bernasconi, Bilardello,Bonanno, Bonavita, Bonifati, Bono, Bortolaso, Boschi, Brambilla, Briccola, Broccoli, C. Briganti, Butazzi, Cappelli, Caldarelli, Calzavacca, Canova, Caramel, Carli, Carone, Casellini, Caso, Cassiano, Cattaneo, Chenis, Chiumenti, Collarile, Crescentini, Curonici, D’Agostino, de Candia, De Sanctis, de Stefano, Di Genova, Di Pasquale, Di Raddo, Doora, Esposito, Evangelista, C. Ferroni, G. Ferroni, Fonti, Formenti, Franceschetti, Frapiselli, Galbiati, Gallo, Gallian, Gigliotti, Gasparinetti, Gianna, Giannattasio, Hill, Guzzi, La Cava, Lazzari, Lago, Latini, Lombardi, Lunetta, Mambelli, Marino, Martusciello, Marziano, Mascetti, Masoero, Mendia, Micacchi, Miceli, Milizia, Mirante, Mussa, Nocca, Noya, Orsi Landini, Panetta, Pantalfini, Paternostro, Peri, Perfetti, Pignotti, L. Portoghesi, Pompas, Poso, Potente, Pratesi, Redaelli, Ria, Rocas, Scacco, Sciascia, G. A. Semerano, Serangeli, Severi, Sfrecola, Silvestrini, Simongini, Soldini, Spadoni, Spera, Tagliabue, Tebano, Tallarico, Tomasello, Vasta, Veca, Zaccagnini, ecc…

 

È presente su “La Storia dell’Arte Italiana del ‘900” di Giorgio Di Genova, edizioni Bora

    Nel 1994 ha creato la collana editoriale “Orditi & Trame”, a tutt’oggi sono stati pubblicati 18 volumi diversi a tiratura limitata con interventi d’artista.

    Nel 2011 ha creato la collana “I libri di Castello” (libri d’artista) esemplari unici con illustrazioni originali.

    Sue opere e pubblicazioni sono in istituzioni, musei e collezioni pubbliche e private.

    Per quotazioni: catalogo CAM Mondadori, artista segnalato nel 2013

    Studio/Archivio: via Paolina, 25 – 00049 Velletri (RM) ITALIA (cell. 328 6947561)

     E-mail: arte@mauromolinari.it  Web: www.mauromolinari.it   www.galleriabaccinatechne.it/mauro-molinari.html

                Sito storico Orditi & Trame: www.caldarelli.it/molinari.htm

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