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MARC CHAGALL AL BLU DI PISA

 

Marc Chagall, il Mediterraneo e i colori dell’anima

BLU palazzo d’arte e cultura, Pisa 19 ottobre 2009 – 17 gennaio 2010
a cura di Claudia Beltramo Ceppi e Meret Meyer – Catalogo Giunti

Sito internet: http://www.chagallpisa.it/

info: tel. 199285141 / +39 05528515; info@impegnoefuturo.it;

 http://www.palazzoblu.org/

  

L’esposizione e’ la prima di un ciclo triennale dedicato ai grandi maestri dell’arte del Novecento e al loro rapporto con le tradizioni, la luce e le culture del Mediterraneo e che, nel 2010, vedrà protagonista Joan Miró. Forse la mia arte è un’arte insensata, un mecurio cangiante,un’anima azzurra che precipita sopra i miei quadri.”

 “forse la mia arte è un’arte insensata, un mercurio cangiante, un’anima azzurra che precipita sopra i miei quadri” (Marc Chagall)

 

 Pisa ricorda il genio di Marc Chagall con una grande esposizione visibile fino al 17 gennaio 2010. La mostra presenta 150 opere, tra dipinti, sculture, ceramiche e tavole selezionate dalle storiche edizioni Teriade – provenienti dalle più importanti istituzioni pubbliche francesi, come il Musee National Marc Chagall di Nizza, il Centre Pompidou di Parigi, il Musee Matisse di Le Cateau Cambresis e da collezioni private – che l’artista russo creò a partire dal 1926 quando per la prima volta incontrò la luce, i colori e il paesaggio del Mediterraneo. Il percorso offre in esposizione grandi dipinti scaturiti dall’incontro dell’artista con il Mediterraneo, tra cui opere celeberrime come “La musica”, “il Circo in rosso”, “Gli amanti a St. Paul. Cinque le sezioni dell’esposizione che analizzano i grandi temi con cui il pittore affrontò la sua vita artistica dopo l’esilio dalla Russia A chiudere l’esposizione, le sezioni dedicate alla scultura, le ceramiche e i Collages.  Marc Chagall nasce a Vitebsk nel 1887.   Primogenito di una numerosa famiglia, Chagall sembrava destinato a vivere nel piccolo borgo tra contadini e piccole fabbriche artigiane. I primi lavori di Chagall, nati tra il 1908 e il 1909, risentono dell’influsso delle esperienze francesi di Van Gogh, Cezanne, e soprattutto del colore puro e selvaggio del grande Gauguin. Dopo tre anni vissuti a San Pietroburgo, Marc Chagall, nonostante sia già un artista conosciuto, decide che il suo destino è Parigi. Nel 1910, dopo quattro giorni di viaggio giunge a Parigi, proprio nel momento che trionfava il cubismo di Picasso, trovandosi a contatto con artisti, come Soutine, Leger, Modigliani e R. Delaunay. I temi pittorici affrontati in questo primo periodo da Chagall sono di vita quotidiana; nascite, matrimoni, ritratti dei genitori e dello zio violinista, espressi con un linguaggio infantile stimoli. Questi sono anni di intensa creatività, di incantamento e anche di struggente ricerca, della malinconia. Proprio nella capitale dell’arte scopre la libertà della pittura di Cézanne, il senso preciso delle forme, la scomposizione dei piani,e quindi, le nuove possibilità di “sintetizzare” la tradizione e il razionalismo con la fantasia e il sogno. Nell’opera “Io e il villaggio” del 1911, l’artista applica la molteplicità dei punti di vista del cubismo analitico, scomponendo per piani cromatici trasparenti. Chagall aveva accolto con interesse le nuove invenzioni cubiste ma sentiva anche l’urgente bisogno di “trasformare” le forme razionali del cubismo analitico in una visione espressiva ed. emozionale molto più intensa. Di certo, il lavoro di Chagall nasce dal folclore russo e dalla tradizione popolare ebraica. L’artista non vuole abbandonare i ricordi della sua infanzia, per cui ricerca nelle avanguardie di quel periodo una soluzione di ordine formale. Non desidera incarnarsi nell’asetticità del cubismo di Picasso e neanche nella negazione riduttiva di Malevic. In Picasso c’è troppa logica e razionalismo borghese, mentre in Malevic tutto diventa intuizione e sottrazione. Chagall -come afferma C. Benincasa-“invoca un mondo popolato dall’arca di Noè, gioca il destino della pittura sull’addizione iconica, sulla moltiplicazione infinita” e poi “ egli dipinge il mondo di passaggio e non lo stadio definitivo”.Il concetto spaziale antiprospettico del cubismo viene sviluppato da Chagall fino alla perdita del senso di gravità, assemblando immagini senza peso, che si muovono su ogni parte della superficie pittorica generando episodi apparentemente senza senso. Ogni diversa grandezza della forma rappresentata tende all’intima visionarietà dell’artista che rifugge dalla consueta scala dei valori oggettivi. Una realtà visionaria -dice G. Di Milia- “ fatta di esseri microscopici e giganti che convivono con una umanità volante, leggiadra e contorta che sembra prediligere soste sugli alberi e sui tetti”. E’ la tradizione ebraica russa che Chagall cerca di far convivere con il formalismo cubista. Si trova, di colpo a condividere una visione tutta protesa verso una realtà intimamente psichica. Questa è anche la via che percorre Klee, tuttavia, la pittura di Marc rimane più vicina al piano dell’esperienza sensoria. Scomponendo le immagini, cerca di riformulare una nuova realtà dove è normale camminare al contrario, volare e persino avere il volto verde. Uno spazio impossibile che incarna inconsuete associazioni immaginative. Gli anni che vanno dal 1914 al 1922, culminanti con le creazioni per il teatro ebraico costituiscono una fase creativa diversa rispetto il periodo russo e quello parigino. In queste opere, l’artista si concede totalmente fino a sublimarsi con gli episodi narrati, raggiungendo un livello di alta qualità poetica. Nel dipinto della “Musica” del 1920, per esempio, l’uomo che suona il violino occupa la parte centrale dei dipinto, appoggiato (o forse sospeso) su un minuscolo paesaggio di case su cui vola una leggiadra figura femminile: tutto intorno vi sono apparizioni e frammenti di eventi che si dipanano senza un apparente senso logico su tutta la superficie della tela. Per Chagall l’apparizione è anche finzione, il sogno magia, la realtà pura malinconia. La pittura nasce, quindi, come flusso incontenibile di ricordi, da uno stato d’animo che carico di tensione, è capace di frantumare la realtà sdoppiandola in tanti frammenti di essenza ansiosa. A partire dal 1926 in poi, la sua visione poetica cambiò di colpo e prese più vigore quando per la prima volta incontrò la luce e i colori del Mediterraneo. Di certo, questi elementi contribuirono a modificare l’arte di Chagall in una pittura più fascinosa in cui la magia intima e lirica dei colori del Mediterraneo diventa elemento condizionante di un percorso poetico, trasformando il suo mondo in spazi e visioni d’incantato stupore. Chagall, tornato in Russia nel giugno del 1973, alcuni anni prima di morire (Saint-Paul-De Vence, 1985), volle rivedere ancora la sua amata Vitebsk prima di concedersi per l’ultimo e definitivo viaggio.                      Sandro  Bongiani

Foto
http://foto.ilsole24ore.com/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2009/Marc-Chagall/Marc-Chagall.php

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NICOLAS POUSSIN A VILLA MEDICI – ROMA

ARAZZI DI NICOLAS POUSSIN A  ROMA
Autoritratto di Nicolas Poussin- 1650, Louvre  

 

Fino al 5 giugno 2011
Nicolas Poussin – Poussin e Mosè. Dal disegno all’arazzo  

Roma,  Villa Medici – Accademia di Francia.

 

La visione  lirica di Tiziano e la misura classica di Raffaello sono i due poli in cui s’incardina e si distende in senso creativo  e originale  l’invenzione del grande Nicolas Poussin che tratta la classicità e l’antico  come se fosse una struggente emozione dell’anima  carica di …

 

   Nicolas Poussin, Moïse sauvé des eaux, 1647 huile sur toile, 121 x 195 cm collection de Louis XIV (acheté au duc de Richelieu en 1665) Paris, musée du Louvre, département des Peintures
© RMN / Jean-Gilles Berizzi

 

 

Dopo 11 anni, l’Accademia di Francia presso Villa Medici a Roma,  rende omaggio al grande  Nicolas Poussin, uno dei più importanti artisti francesi  che con il suo  magistrale  esercizio  pittorico  ha influenzato diverse  generazioni artistiche successive.  Erik de Chassey, in collaborazione con il Museè des Beaux-Art de Bordeaux, presenta per la prima volta,  oltre quaranta opere che trattano  compiutamente  la vita di Mosè. Opere  di grande qualità e fascino provenienti dai alcuni dei più prestigiosi musei europei. In questa retrospettiva,  alcuni capolavori di pittura, disegni e diversi  incisioni vengono messi a confronto con una serie di arazzi realizzati dopo la morte dell’artista francese. Quasi una sorta di acuta analisi tra pittura e grafica di piccolo e medio  formato  a confronto con  la grande dimensione degli arazzi francesi, tutti  realizzati utilizzando soggetti e temi analoghi,  e che ci appaiono oggi come elaborazioni e approfondimenti diversificati piuttosto che  consuete e monotone copie ripetitive.  Poussin o Pussin come lo chiamavano a Roma gli amici,  fu uno dei più grandi pittori del seicento, che ha condizionato positivamente numerose generazioni di artisti d’orientamento  specificatamente classico di quel tempo, fino a interessare  personaggi come  Delacroix, Ingres, Jean-Louis David, Cezanne  e persino  il funambolico e imprevedibile  Pablo Picasso. A differenza di tanti artisti manieristi a lui contemporanei, come per esempio,   Pietro da Cortona o Giulio Romano, Poussin, dotato di grande modestia e coerenza,  ha preferito realizzare opere da cavalletto, in un momento storico e culturale in cui si attribuiva massima  importanza all’attività degli affreschi e alle opere di grande dimensione, preferendo   i  formati  ridotti che in quel tempo venivano considerati minori dagli studiosi d’arte e quindi, destinati “al  diletto”.  Solo dopo la morte si è  potuto realizzare alcuni importanti arazzi di grande dimensione, come quelli esposti per questa occasione a Villa Medici.

 

Moïse sauvé des eaux, d’après Nicolas Poussin (2e pièce de la tenture) Manufacture des Gobelins, atelier de Jean Jans fils, tissage vers 1683 tapisserie en haute lisse de laine et soie, rehaussée d’or 350 x 495 cm Paris, Mobilier national
© Collection du Mobilier National / Ph. Sébert

 

 

L’opera di Nicolas Poussin nasce dall’analisi attenta dell’antico e dal confronto con i più importanti artisti   come  Raffaello e Tiziano. Nonostante le origini francesi, Poussin (1595-1665), può considerarsi  davvero un artista  degnamente italiano, sia perché  a Roma vi ha sempre vissuto e lavorato, sia anche per i suoi chiari riferimenti culturali che nascono  dalla tradizione italiana del cinquecento maturo.  Raffaello e Tiziano  hanno   attratto e incantato  profondamente l’artista francese. Da un lato, quindi,  il rigore  composto e la cadenza del divino Raffaello e dall’altro  anche la vena  sensuale  e poetica  di Tiziano. Una ricerca davvero originale  che nasce  compiutamente all’interno di una tendenza “classicheggiante” e che si ossigena  dal  confronto con i contemporanei. Per tale convinzione  l’artista francese  ha  rifiutato coscientemente il “naturalismo” di Caravaggio  o di Artemisia Gentileschi, preferendo , di contro,  la visione   più storica  e familiare di un Carracci o di un Guido Reni. Nell’ultima parte della sua vita, oltre la produzione di soggetto storico e mitologico,  ha  anche indagato  il paesaggio alla riscoperta della natura e della verità naturale. Una sorta di magica sintesi tra natura, storia e mito, una realtà sospesa, delicata e  immobile che svela   e fa emergere appieno   le grandi  potenzialità e qualità creative di questo nuovo Raffaello francese.  Uno degli artisti del primo seicento,  considerato di grande talento in quel tempo  era  certamente  Pietro da Cortona, con una  intensa   produzione pittorica che si caratterizzava  per le grandi dimensioni e anche per il senso monumentale e spettacolare. La differenza tra i due artisti sta tutta in questa non monumentalità  barocca di Poussin, preferendo all’eclatante  “gigantismo monumentale”  la feconda e intima immaginazione,  atta a far emergere e  evidenziare  positivamente ” le  assorti e struggenti  passioni dell’anima”.   Le sue invenzioni sono  semplici racconti di favole antiche,  attente e   nel contempo rigorose,  improntate  ad una esecuzione  struggente  ma sempre  intima e autentica.  Stendhal scriveva: “ Poussin, per realizzare i suoi paesaggi, trasporta l’anima nella dimensione del sogno; è in questi luoghi lontani così nobili, che si può ritrovare quella felicità che ci sfugge nella realtà”. Anche in questa mostra a Roma, l’artista francese continua   sorprenderci  e a stupirci  positivamente.  Una visione  incantata  che nasce  dall’incessante desiderio di appropriarsi dell’antico   e  decantarlo  poeticamente in  delicata  e soffusa nostalgia. In questo senso, la sua opera segue  ormai precisi  binari, decisamente opposti alla visione  barocca. Tutta  la sua produzione creativa nasce  da un attento  e sofferto equilibrio compositivo che nello stesso momento che appare s’incarna in  delicata e pregnante  presenza. Persino il dramma della tragedia classica, viene con rigore  “addomesticato”  in una  sorta di ordinata e sofferta azione poetica. In fondo, l’arte per Poussin non è altro che  un connubio  rigoroso  e privilegiato  tra  gentil poesia, ragione, sensibilità  e persino di lievità dei sensi; tutti  elementi presenti e visibili  in  qualsiasi opera pittorica di questo straordinario  e geniale artista romano  della Accademia dei Francesi. 

Dopo Villa Medici, la  retrospettiva proseguirà  anche per Bordeaux e infine giungerà a conclusione  a  Parigi, nel 2012.

 

 

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 Respiro barocco. Un viaggio nella Roma del Seicento,  Bolzano – 2009

Tesori alla luce, Roma – 2007

Paesaggio e veduta da Poussin a Canaletto, Torino – 2006

 
sandro bongiani
mostra visitata il  12 aprile 2011


dal 6 aprile al 5 giugno 2011
Nicolas Poussin – Poussin e Mosè. Dal disegno all’arazzo  

A cura di Eric de Chassey

VILLA  MEDICI – ACCADEMIA DI FRANCIA

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